Le atlete diventeranno finalmente professioniste, ma cosa succede quando una di loro, Eni Aluko, è vittima di razzismo?

Una notizia ha recentemente scosso l’ambiente sportivo, in particolare parliamo dell’addio all’Italia di Eniola Aluko, calciatrice inglese, militante da un anno e mezzo nella rosa della Juventus femminile.

Prendiamo in esempio il suo caso visto lo scossone mediatico, ma potremmo ahimè facilmente prendere in esame svariati altri episodi anche meno “visibili” per affrontare le difficoltà che il nostro paese mostra nel considerare alla pari le differenze che caratterizzano il genere umano.

Eni Aluko, in seguito alla sua decisione di lasciare anticipatamente il nostro paese, ci ha lasciati con qualche spunto su cui riflettere. La calciatrice inglese di origine Nigeriana ha più volte sottolineato quanto di bello si porta nel cuore grazie alla sua esperienza Italiana, ma quanto ancora si può fare nel bel paese per i diritti e l’educazione all’uguaglianza.

Andare nei nostri stadi non credo si possa propriamente definire un’attività adatta alle famiglie, il vertice non funziona, ma non sono da meno le realtà nei campetti comunali dei piccoli paesi dove crescono i nostri giovani, luoghi dove si verificano continui episodi di razzismo, intolleranza o semplice uso di un linguaggio e atteggiamenti decisamente poco tollerabili da parte degli adulti che dovrebbero essere di esempio per i più piccoli.

Esiste una soluzione?

Diverse sono le opinioni sul tipo di interventi che si potrebbe attuare; considerando il peso in visibilità che hanno le grandi società sportive, viene richiesta con sempre più insistenza l’applicazione di un regolamento decisamente più rigido nei confronti dei pagliacci che la domenica esibiscono il meglio di sé, trasformando quella che dovrebbe essere una bella giornata all’insegna degli ideali sportivi in giorni e giorni di dibattiti seguiti da molte poche azioni.

Seguire l’esempio di altri paesi e negare l’accesso alle strutture a queste persone sicuramente porterebbe ad un notevole cambiamento, ma non posso non considerare, dall’esperienza personale, che il risultato sarebbe che questi individui al posto di trovarli allo stadio, riempirebbero bar, circoli e spazi pubblici, trovandoci ad aver semplicemente spostato il problema dallo stadio alle strade con tanto di conseguenze all’ordine pubblico più difficili da isolare.

In questo articolo ho confinato il tema all’ambiente del calcio, ma sicuramente si tratta di un’inclinazione sociale che interessa il quotidiano di tutti. Non essendo argomenti semplici da sintetizzare, vorrei riferirmi a delle riflessioni che ho recentemente avuto modo di sentire in una conferenza intitolata “Sport femminile: valore sociale e inclusivo”.

L’importanza e l’influenza che le istituzioni e gli enti pubblici hanno sul rapporto sociale e sulla crescita delle persone, sopratutto dei giovani, è di fondamentale importanza. Non sono le rivoluzioni eclatanti nelle realtà più mediatiche da sole a cambiare le cose, ma per migliorare e crescere come paese c’è sicuramente bisogno di essere maggiormente partecipi nel proprio piccolo, essere presenti nelle realtà quotidiane che ci circondano e dare voce e spazio ai valori che tanto lo sport quanto le attività sociali sono in grado di diffondere.

Elena Vogrig