Un serie di poesie scritte da Alessandro Mambelli, giovane autore, su amore e tempi moderni

Charlie Brown (o Noccioline)

Guardo i volantini abbandonanti
sui marciapiedi e sotto la pioggia
creare grumi pulpitudinosi e biodegradarsi;
guardo il semaforo sfunzionante
lampeggiare fisso sul giallo
come un occhio con dentro una ciglia;

passo sotto gli alberi ragnatelici
che piangono foglie rosse
e volteggianti nelle sere d’inverno;
passo davanti ai giardini,
alle finestre accese, ai bar,
ai tristi negozi di casalinghi,
alle edicole, ai sali-e-tabacchi
e alle vetrine buie delle mercerie;
e mentre i bambini escono da scuola
correndo e allargando le braccia
penso a tutti i muretti su cui appoggiare i gomiti e riflettere,
alle panchine per i discorsi sempre uguali sull’amore,
ai palloni incastrati nel pomeriggio fra la marmitta e il cortile,
alle sere attorno ai tavoli del Risiko o del Monopoly,
alle mani fredde fra le mutande e i termosifoni,
alla timidezza, ai vostri sorrisi
e a Charlie Brown,
che aspetta lettere d’amore che non arriveranno mai.

***

Stavo guidando
(tornavo dal centro commerciale),
quando sono passato sotto al cavalcavia
fra via Gramsci e via Bertini:
in quel momento è passato sferragliando il treno,
e così ho pensato a tutti i pendolari che tornano stanchi,
pieni di libri e vecchie canzoni,
e ho pensato ai lavoratori e ai barboni appoggiati ai sedili;
ho pensato anche a fra tanti anni quando,
una sera d’inverno,
ripasserò per caso sotto al cavalcavia
e improvvisamente mi ricorderò di te,
con tanta nostalgia e una lacrima di rimorso.

Un giorno,
quando sarà troppo tardi,
anche tu passerai sotto al cavalcavia
con quella patente che sembravi non prendere mai,
e non ti ricorderai né delle poesie,
né di tante altre cose,
né di me.

14-01-2017

Camilla

Ti siedi vicino a me giovedì mattina a lezione
e io ti faccio i complimenti per gli occhiali:
mi sorridi, mi ringrazi,
e guardando il telefono mi dici una banalità.
Sei molto bella anche quando dici frivolezze,
per cui ti sorrido, prendo la penna
e ti dico una stupida sciocchezza qualunque.

Parliamo del più e del meno,
di sogni, progetti,
lezioni di latino, Montale, Bukowski,
delusioni e vecchie canzoni;
mi spieghi che il tuo moroso ti ha lasciata da poco per un’altra
e io ti racconto di Laura.

Scendiamo insieme la scalinata dell’Università,
ci sorridiamo per consolarci degli amori finiti
nel freddo di fine novembre
e mi baci piano per salutarmi,
e io ti guardo confuso
e ci sediamo vicini anche venerdì
e usciamo a cena la settimana dopo
e ci mettiamo insieme
e ci scambiamo gli occhiali per ridere di noi
prima di fare l’amore che comincia quando te,
con una carezza data in punta di dita,
sollevi la mia camicia dal fianco destro.

Sofia

Vorrei essere uno specchio, Sofia,
per guardarti mentre mi guardi per guardarti;
vorrei essere lo specchio della tua camera
per guardare le foto appese alle pareti,
le cose sparse in giro e le coperte del tuo letto,
e guardarle mentre loro non sanno di specchiarsi;
vorrei essere il tuo specchio, Sofia,
perché conosce a memoria il tuo viso, le tue mani,
l’obbiettivo della fotocamera del tuo smartphone,
le vestaglie leggere, i baby-doll e i vestiti
con cui ti autoscatti quando ti annoi.
Vorrei essere il tuo cellulare, Sofia,
per conoscere ogni tuo segreto
e consolarti sapendo perché stai male;
vorrei essere il tuo manuale di Diritto
per farmi sottolineare di fucsia o giallo
o per avere il profumo delle tue mani
mischiato a quello dell’inchiostro.
Vorrei essere i tuoi vestiti, Sofia
– soprattutto quelli da sera o da camera –,
per conoscere ogni piega o neo del tuo corpo;
vorrei essere i tuoi anelli per stringerti le dita,
il tuo letto per abbracciarti quando hai freddo,
le tue mani per disegnare faccine sui vetri appannati
e il tuo tempo per essere sprecato inutilmente.
Vorrei essere il tuo specchio, Sofia,
perché dentro uno specchio c’è un mondo alla rovescia,
dove chi non conosci è familiare,
chi odi ami e chi guardi ti guarda;
dove i sogni disperati che qui sono falsi,
là, tra il vetro e l’argento, sono realtà deliranti.

Virginia (V)

Oggi a Bologna c’è il Pride.
Probabilmente a New York sta nascendo un bambino.
A Cervia centoventisette persone fanno il bagno.
Da qualche parte un vecchio sta morendo.
Qualcuno si sposa, qualcuno firma il divorzio,
un ragazzotto timido chiede ad una ragazza di stare insieme.
Io ho i capelli bagnati.
Il mio migliore amico sta studiando Anatomia.
Un addetto carica nella stiva dell’aereo i bagagli dei passeggeri.
In mezzo al deserto ci sono un cactus e un serpente.
Un uccello canta nascosto fra i rami in un bosco del Nord Europa.
La stazione spaziale sta orbitando sopra il Giappone.
Dietro il cielo azzurro ci sono le stelle,
fra una stella e l’altra ci sono miliardi di anni luce,
un anno luce è una distanza inimmaginabile
e io ho i capelli bagnati dopo la doccia.

Ti penso ma sei irraggiungibile
– sei una costellazione, un parsec e lo spazio siderale –;
ti vedo e sei lontana
– certo non più delle stelle o degli anni luce,
però sei lontana.

Scende la sera e spuntano le stelle;
che senso ha preoccuparsi della tua irraggiungibilità,
della tua lontananza e delle tue mani,
se siamo così minuscoli?

Alessandro Mambelli
Classe 1997, Neolaureato Lettere Moderne a Bologna.

Su TBE ha già pubblicato il racconto Teste Bianche