Un breve racconto di Paolo Carnevali, una short story che rievoca Bukoswki e gli eterni dilemmi degli scrittori.

Bukowski ripartiva la corrispondenza protetto dai suoi sogni. Lo osservavo distrattamente. L’ufficio era un luogo caotico, sembrava di vivere dentro una commedia irreale dove veniva praticata la regola del vivere alle spalle del prossimo. Regolato da carriere pilotate di inetti leccaculi al servizio di una mafia negli ultimi anni incancrenita. Odiavo quel posto.

Le luci abbaglianti dei neon impedivano l’isolamento della mente e le video camere osservavano facendo gara con i ruffiani, le conversazioni ad altissima voce che dovevi per forza subire, le risate artificiali e l’operosità finta. Il tutto contraddistinto dal tirare avanti per lo stipendio. Spesso la gioia che si provava per il male altrui, delle disgrazie dei deboli che avevano paura di perdere il posto. Il silenzio era una eccezionalità, rifletteva una specie di sgomento. Tutti ridevano per scaricare le tensioni ed era normale subire quella miseria umana. L’ambiente disturbava la mia vita, la consumava. Non riuscivo a comunicare nel meccanismo ripetitivo di quella spirale di emarginazione esistenziale. Il sentirsi solo,  diverso per la fatica di convivere nelle frustrazioni, le ignoranze, le visioni limitate dei molti. < Non ho mai ricevuto la proposta di un John Martin caro Bukowski> gli dissi, mentre sorseggiava la sua birra. < Devi avere fiducia nelle tue qualità, riporre in te stesso la forza della scrittura> rispose. Poi sembrò dissolversi in un sogno, mentre io affogavo nel disagio. I reading di poesia erano ritrovi di egocentrici, bisognosi di comprensione, dove una massa appartenente al sotto bosco poetico, lisciava il personaggio da copertina del momento. Quanto bisogno abbiamo di essere compresi: é talmente essenziale da renderci spesso ridicoli. Tutti con i propri compitini. Le parole pesavano e mi domandavo se ero un poeta o un sopravvissuto in via di estinzione ritornando verso casa. Anche Attilio Lolini lavorava con me e non credeva nei premi letterari, criticava duramente la realtà della società attinente al mondo della letteratura. Ricordo la sua ironia esistenziale di poeta clown. Estrassi dal pacchetto una sigaretta e me l’avvicinai alle labbra, cercavo nelle tasche i fiammiferi tentennando la scatola. Tirai un sospiro di sollievo alla prima nuvoletta di fumo che si spargeva nell’aria azzurra e stare nel film della vita, sembrava strano a volte.

Paolo Carnevali nato a Bibbiena (Arezzo) nel 1957. Traduttore e poeta. “I dialoghi di Ebe e Liò” ed. Lalli (1984) dal cui testo è stata tratta una piéce teatrale. Nello stesso anno redige “Poetica Città” poetry-zine underground distribuito nelle serate di lettura.  “Trasparenze” ed. Tracce (1987) plaquette poetica, recensita sul Manifesto (1988) e sul Corriere Adriatico (1990). Collabora con la rivista letteraria Pioggia Obliqua scritture d’arte di Firenze come corrispondente da Londra.