Scegli un lavoro che ami e non lavorerai nemmeno un giorno della tua vita“. Ho affrontato l’università con questa celebre frase di Confucio stampata a lettere cubitali sulla mia bacheca degli avvisi.

Sommersa da memo di appuntamenti, appelli, esami e scadenze,  la guardavo e mi rincuoravo perché quella frase era lì a dirmi che una volta terminata l’università, tutte quelle ore al computer e notti insonni avrebbero avuto un significato, che il mondo lì fuori avrebbe chiesto a gran voce di me. Oggi, a due anni dalla laurea, penso che Confucio dovrebbe riformulare il suo mantra.

Sì perché siamo certi che siamo noi a scegliere il nostro lavoro? O piuttosto una serie di parametri, eventi e necessità che, quasi per sfinimento, ci portano ad accettare un lavoro mediocre e mal pagato, pur di lavorare? Oggi trovare un lavoro, prima ancora di considerare l’idea di un lavoro da amare, è un terno al lotto, salti nel vuoto e paracaduti da ultimo minuto, una gincana di prove da cui solo uno otterrà il bonus vita: il contratto, la dichiarazione d’amore.

“Io accolgo te come dipendente, prometto di esserti fedele sempre, in boom o recessioni economiche, di pagarti contributi e festività soppresse, di concederti ferie e permessi per tutti i giorni lavorativi dell’anno, finché pensione non ci separi.”

Non che questa sia una novità del nostro decennio: mio nonno mi racconta che una volta diplomato e lontano da casa, insieme alle lettere per la nonna spediva migliaia di lettere di candidatura, scritte, francobollate e spedite a mano, una per una. Dalla prima era certo sarebbe arrivata una risposta puntuale e positiva, dalle altre mille poco meno. Oggi, che sia una lettera d’amore o un posto di lavoro, tutto dipende dal match giusto. L’evoluzione di una storia d’amore è la stessa che ti porta dal colloquio al licenziamento.

La fase di ricerca richiede pazienza e attenzione ai dettagli, di lunga durata e arrabattata se alle prime esperienze. Ogni richiesta dell’interlocutore viene pazientemente redatta: dati anagrafici, titolo di studio, posizioni lavorative precedentemente ricoperte, quante lampadine di scorta si possiedono in casa, se pioggia o nuvole nere modificano il nostro umore, quanti libri hai letto quest’anno, qual è il tuo colore preferito. Stranito rispondi, compili, cancelli, modifichi, sbuffi, alleghi, colleghi.

Scambi di messaggi, appuntamenti mancati, arriva finalmente il momento di conoscersi, il colloquio, la fase di corteggiamento: parlami di te, quale parola più ti descriverebbe, che canzone ascolteresti in questo momento, qual è il tuo sogno più frequente. Ti concentri, non puoi sbagliare,  è il momento di mostrare le tue capacità, nervi saldi e sorriso stampato di fronte a tutte quelle piccole bugie che hai inserito nel tuo curriculum da neolaureato, scarno come il retro di un albero di Natale. Dall’altra parte, un freddo “grazie, le faremo sapere”.

E allora, proprio come in una relazione ai suoi albori, inizi a guardare costantemente il telefono, aggiornare ogni pochi secondi la casella di posta e controllare se ci sia campo. Speri ti scriva il prima possibile, anche solo per porre fine a quell’agonia, anche un no, ma basta che sia rapido e indolore. Finalmente arriva quella mail che cambia la tua giornata: inizi ma con un periodo di prova, non pagato, per una durata a discrezione dell’azienda. Proviamoci, non importa dover raggiungere il posto di lavoro a 50km, spese di trasporto, spese per il pranzo, spese per l’affitto, questa esperienza sarà un trampolino di lancio – ti dici – si accorgeranno delle mie capacità – ti convinci.

Dal periodo di prova con uno slancio arrivi allo stage, quel tempo più o meno definito, 6 mesi, 1 anno non di più speri- in cui non sai effettivamente se è una relazione. Quel periodo in cui alla domanda “Ma state insieme?” segue un ” Ci stiamo frequentando, ma non so quanto durerà”.

Ti butti nel lavoro, ti appassioni, lo conosci, inizi a capire su cosa puntare, cosa cambieresti. Non ci passeresti tutta la giornata ma starci insieme non è un peso. Prima busta paga, prima riunione, primi compiti in autonomia, primo mese, primo anno. Quanti altri me ne mancano? Troppi anche solo per pensarci. Quando arriva il venerdì? Ti rendi conto della monotonia delle tue giornate, le prime volte sono terminate, tutto quello a cui prima non davi conto risalta in grassetto alla vista: la pausa pranzo troppo corta, le ferie obbligate, lo stipendio inconsistente, i buoni pasto solo ai dipendenti storici. Incontrarsi un appuntamento fisso più che un brivido di piacere.

Guardi i tuoi coetanei realizzati, all’apice del grattacielo con 4 ore di lavoro settimanale e il triplo delle tue entrate. Non puoi sprecare la tua giovinezza in questo modo, sono pur sempre questi i tuoi anni migliori.  Ti guardi di nuovo intorno, deve pur esserci qualcos’altro sul mercato: aggiorni il CV, ricominci a navigare su Linkedin, o Tinder fa lo stesso. Scorri, scorri, scorri e ancora scorri. Finalmente lo trovi, il match, l’offerta che credi sarà  quella definitiva. E allora tutto ricomincia, questo testo ricomincia, la tua vita ricomincia, ma sei pronto per il tuo “per sempre”?

Eleonora Cortigiano

Ingegnere edile a cui, per scelta o per caso, piace fare tutt’altro. Lavora per una piattaforma online di architettura e design, ma dedica il suo tempo libero a scrittura e disegno. A volte anche sulla stessa pagina, parole e immagini sono il mezzo per trasmettere agli altri tutto quello che a voce le risulta complicato. Nasce e si forma a Bari, studia in diverse città della penisola iberica e sfida se stessa puntando il dito sul mappamondo.
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