La luce bianca

Immagine La luce bianca racconto di Veronica Nucci illustrazione di Francesco Ferraro

Una short story di Veronica Nucci

Quando avevo vent’anni attraversavo le città correndo. Correvo a perdifiato, con la testa bassa, ad accompagnarmi c’era solo lo scricchiolio del movimento costante e involontario delle mie gambe che, una davanti all’altra, provavano a portarmi a destinazione come un qualunque mezzo di trasporto.

Il mio cervello si faceva liquido e scendeva giù nelle articolazioni delle ginocchia prendendosi prepotente una pausa da tutto. Non pensava ad altro che a raggiungere la meta, chissà poi qual’era, come un soldato ubbidiente che rispetta gli ordini di un superiore.

A quei tempi correvo con gli occhi chiusi perché non volevo vedere la mia città. Non perdevo occasione per criticarla e lo ammetto, lo faccio ancora oggi come un riflesso meccanico e inconsapevole.

Non avevo un giudizio positivo sulla mia città perché tutte le sue strade le avevo sempre superate correndo e con gli occhi chiusi. Per me era solo piccola, pettegola e borghese.

Poi il taglio netto: non ho lasciato soltanto la mia città ma mi sono trasferita in un altro Paese.

Ho incontrato altre città da quel momento in poi e ho sempre corso. Correvo in città, correvo da una città all’altra, da uno Stato all’altro ma non arrivavo mai da nessuna parte. Non capivo dove volevano portarmi le mie gambe che oramai erano padrone del mio corpo.

Per prima è stata Cardiff:

edifici grigi e campagna verde;

ragazzini in hangover e gelo nelle ossa;

sporcizia per strada e insegne al neon;

alcool di bassa qualità e litri di tè nero;

poesia sui tetti e musica elettronica sottoterra;

cibo di plastica consumato camminando, mangiavo soltanto blueberry muffin a Cardiff “just came out of the oven, Miss” e continuavo a correre.

Non sono riuscita a fare amicizia con la città. Non le ho voluto stringere la mano ma è stata lei a non porgermela, lei a non chiedermi niente. Mi ha accolto lasciandomi essere quella che ero, qualcuno o nessuno, di passaggio, che la calpestava correndo qua e là.

Cardiff però non era piccola, pettegola e nemmeno borghese.

Poi è stata la volta di Bruxelles. Un’altra città fredda, freddissima. Per correre serve molta energia.

Bruxelles era

cravatte annodate alla perfezione e aperitivi in piedi;

cieli neri e sanpietrini barcollanti;

l’odore delle friterie e di cibo asiatico.

Una Babele con i capelli afro e gli occhi di ghiaccio che come me continuava a correre per trovare una sua propria identità. Bruxelles era l’Europa che conferma la regola.

Per me era anche la noia delle domeniche pomeriggio e la consapevolezza amara di avere dei diritti, acquisita solo con l’aumentare dei doveri.

Ho continuato a correre e sono arrivata a Parigi. È stato lì che ho cominciato a rallentare la mia corsa, non subito ma gradualmente. All’inizio correvo sul posto. Era la città più frenetica che avessi mai visto. Correvo insieme a un esercito di gente, dai marciapiedi delle avenue alle strade sotterranee del metrò, da un museo a un negozio di alta moda, dai palazzi medievali con le travi in legno esterne alle scuole con le targhe commemorative in oro in ricordo dei bambini morti ad Auschwitz.

Le luci di Parigi sono suggestive, impressionanti, sembra sempre Natale.

Quando imbocchil’autostrada che ti porta fuori dalla città c’è un villaggio di tende. Ci vivono i barboni e gli emarginati.

Allora correvo per rientrare in città, correvo evitando di inciampare nei clochard sdraiati sulle grate, negli zingari accasciati su materassi sudici ai lati dei Grands Boulevards. Correvo forte come non avevo mai corso e poi, solo a volte, correvo sul posto.

A Parigi alzavo la testa, per la prima volta dopo anni, e le mie gambe rallentavano. Appena me ne accorgevo riprendevo subito la mia corsa, cercavo un appartamento, mi appassionavo a un lavoro, la testa viaggiava lontano, cercavo e trovavo creatività. I miei occhi erano sempre più attratti dall’alto, da un cielo che non era più grigio come in Belgio o offuscato dall’alcool come a Cardiff ma offriva persino qualche spiraglio di sole, bastava stare con la testa all’insù. Guardavo i palazzi haussmannien, il loro fasto, ma a colpirmi erano sempre le finestrelle delle chambre des bonnes.

Le gambe erano sempre più molli e cominciavo a perdere il ritmo. Mi guardavo intorno, a destra e a sinistra, poi in alto, guardavo spesso in alto, sempre di più e sempre più in alto e non vedevo più l’immondizia e le merde dei cani e i piedi della gente che nella corsa erano sfocati; guardavo il cielo e la luce bianca non mi abbagliava più, al contrario, stavolta mi accoglieva. Avevo smesso di correre.

Veronica Nucci
Illustrazione di Francesco Ferraro

Mi chiamo Veronica ho 32 anni e vivo a Parigi. Sogno di lavorare con le parole nel frattempo pago le bollette lavorando per una start up nel campo del digital marketing. Sono laureata in Traduzione Letteraria e Saggistica, ho frequentato un corso di scrittura creativa alla Scuola Holden e collaboro con un’agenzia di marketing come copywriter. Scrivo racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati su diverse riviste letterarie (Rivista Blam, Eisordi Rivista, Il Timoniere).