Lo smart working è la soluzione? O può diventare ancora più fonte di stress, diventando smart stressing?

Ho iniziato a lavorare in smart working il 9 marzo 2020, da 11 mesi la mia camera da letto è il mio ufficio. La mia postazione da videoterminalista – schermo, tower, sedia ergonomica, poggiapiedi – ha preso il sopravvento sulla mia scrivania e su tutti i miei altri interessi. Con una sola rotazione di 180° arrivo sul posto di lavoro e con un’altra rotazione sono già a casa. Immagini futuristiche prevedevano un 2020 di macchine volanti e teletrasporto, ma invece ci hanno donato l’ubiquità, di cosa ci lamentiamo?

Tra le ultime settimane di febbraio e le prime di marzo 2020, c’era un gran vociare tra uffici e colleghi: in pochi avevano mai provato questa nuova formula lavorativa e immagino che la maggior parte abbia provato un brivido di piacere alla notizia di poter rimanere a casa tutto il giorno, tutta la settimana. Quei mesi di lavoro da casa potevano essere un modo per riscoprire un luogo che in settimana si abita poco e che invece, nel weekend, serviva a ricaricarsi per la settimana successiva. La novità dello smart working, ha quindi generato una rivoluzione nei ritmi pressoché schedulati delle proprie giornate: svegliarsi poco prima dell’ingresso in ufficio, evitare pantaloni o camicie scomode per lasciare spazio a completi da casa in puro pile, sostituire messe in pieghe e tinte con un ingombrante mollettone nei capelli, non sembrava la realtà. I 3-4 mesi che si prospettavano, il tempo di riordinare il mondo, sarebbero stati un intermezzo nella affannata vita di ogni lavoratore.

Dalla mia camera da letto, dalla mia scrivania fronte giardino, ho visto il mondo davanti a me trascorrere: alzando lo sguardo al di là dello schermo, vedevo una serie di improbabili abitanti e visitatori muoversi come probabilmente avevano sempre fatto ma, questa volta, con uno spettatore a percepirne i cambiamenti. Pappagallini verde evidenziatore mimetizzarsi tra gli spenti aghi di pino, la mia dirimpettaia spazzare il balcone con vestaglia e sigaretta, gatti rincorrersi sul prato. Loro si sono abituati alla mia presenza, io mi sono adattata ai loro ritmi. Mi sembrava di aver sbloccato una qualche espansione del gioco The Sims in cui normalmente il momento di ingresso al lavoro corrispondeva con la scomparsa del personaggio: sapevi che era lì a destreggiarsi nel suo ufficio, ma non sapevi esattamente come se la stesse passando. Lavorare da casa mi permetteva di conciliare più attività, luoghi e persone che mai avrebbero potuto convivere, dimenticandomi, in più, degli affanni da prima mattina, del traffico per arrivare in ufficio, del caffè bruciato dalle macchinette. Apparentemente non si stava male.

Sappiamo bene come la situazione sia evoluta o regredita, sarebbe meglio dire, quei 3-4 mesi di assestamento sono diventati 6 e poi un <<ci rivediamo a settembre>>. I colleghi sono diventati caselle di posta elettronica e la maggior parte delle conversazioni avvengono per chat. A quasi un anno da quell’annuncio rivoluzionario, mentre cercavo di destreggiarmi tra scadenze, mail e chat interne, ho inconsciamente esclamato, a voce alta e con gli occhi lucidi: << voglio tornare a casa >>. Mentre pronunciavo quelle parole, ho realizzato che il mio luogo sicuro era stato violato. La mia camera non era più esclusivamente la mia camera. Se in ufficio, spento il computer potevo spegnere anche i miei pensieri e la mia agenda mentale, dalla mia camera, dal mio nuovo ufficio, le notifiche, le chiamate e le urgenze sarebbero comunque arrivate al mio orecchio. Di notte voltandomi dalla parte sbagliata del letto avrei inevitabilmente visto la luce ad intermittenza dello schermo richiamarmi all’ordine. Tra le prime nozioni imparate a mie spese sul mondo del lavoro, è stato chiaro quanto fosse fondamentale saper distinguere tra ambiente lavorativo e ambiente familiare. Varcata la soglia di casa o dell’ ufficio, dovevo essere in grado di varcare anche un dipartimento stagno della mia mente e non permettere ai problemi di uno di invadere gli spazi dell’altro. Fino a che punto, adesso, potevo distinguere quelle due situazioni? Come sancire la linea di confine?

Sono ben consapevole che la possibilità di continuare a lavorare benché la situazione di crisi generale non ammetta lamentele, ma parallelamente la situazione in cui siamo relegati, non è irrilevante sulla salute mentale di un lavoratore. Questi mesi di lavoro in solitaria mi hanno fatto scoprire quanto la scelta dei vestiti, il tragitto strada lavoro, le chiacchiere in corridoio, le riunioni attorno ad un tavolo e non in una stanza virtuale, sentire il supporto di un collega o ricevere un rimprovero guardandosi negli occhi, siano fondamentali per sostenere emotivamente quelle 8 ore di lavoro. Dopo un anno di lavoro “smart” le mie abitudini sono cambiate profondamente, la percezione della mia casa e della mia socialità sono cambiate profondamente. Sto, stiamo, sviluppando un’abitudine all’isolamento in cui la tisana calda a fine giornata sta prendendo il posto dello Spritz delle 18.

Siamo tutti consapevoli che la nostra normalità non sarà più la stessa, quest’anno non potrà di certo magicamente scomparire e così, la visione tradizionale dell’ufficio, non potrà di certo continuare ad esistere. Sfruttare questa crisi generalizzata per migliorare le abitudini del passato è una frase che sentiamo ripetere ormai ogni giorno, guardiamo speranzosi ad una società vaccinata e migliore. Le proposte di un mondo lavorativo del futuro sono molteplici: alcuni propongono la grande rivoluzione del nostro secolo, la riduzione delle ore lavorative, la fine del capitalismo e delle 40 ore settimanali. Altri, forse più realisti, ipotizzano una semplice ma efficace alternanza tra lavoro in presenza e lavoro da casa così da bilanciare esigenze personali e necessità di socializzazione e confronto Mi chiedo quanto ancora sarò/saremo in grado di sopportarlo, quanto ancora quella linea di confine lavoro/casa riuscirà a resistere. Abituati a quella presenza ingombrante sulla scrivania, riusciremo a guardare alle nostre vite semplicemente osservando la vita trascorrere fuori dalla finestra?

Ingegnere edile a cui, per scelta o per caso, piace fare tutt’altro. Lavora per una piattaforma online di architettura e design, ma dedica il suo tempo libero a scrittura e disegno. A volte anche sulla stessa pagina, parole e immagini sono il mezzo per trasmettere agli altri tutto quello che a voce le risulta complicato. Nasce e si forma a Bari, studia in diverse città della penisola iberica e sfida se stessa puntando il dito sul mappamondo.
La trovate su LinkedIn e sul suo sito personale
Per TBE ha pubblicato anche Le parole intraducibili e Il Lavoro, una moderna storia d’amore

Vignetta di Hallie Bateman