La recensione de La scopa del sistema, il libro geniale di David Foster Wallace

Scritto a soli 24 anni, La scopa del sistema è il primo romanzo dell’autore americano più osannato degli ultimi decenni. Costruita su diversi livelli e stratificazioni, la narrazione della prima opera di David Foster Wallace è un intricato mosaico di voci, di racconti e di storie che ruotano attorno alla protagonista e alla bisnonna scomparsa.

Sarebbe bello poter andare completamente a fondo a questo primo romanzo di Wallace e indagarne i riferimenti filosofici, ricostruirne la linea del tempo, guardare i personaggi che lo compongono da vicino. Ma in generale l’opera di Wallace è talmente complessa, ricca e densa che anche solo lo spazio di una tesi di laurea sembra limitatissimo per tale impresa. Per cui qui proverò solamente ad accarezzarne la superficie e riportare, anche se superficialmente, le sensazioni e impressioni che La scopa del sistema suscita.

La bisnonna di Lenore Beadsman, anche lei di nome Lenore Beadsman, anzianissima studiosa di filosofia e allieva a Cambridge di Wittgestein, sparisce improvvisamente dalla casa di riposo in cui risiede, insieme ad un numero spropositato di altri residenti e dipendenti della struttura. Il signor Bloemker, direttore della casa di riposo, avvisa Lenore Nipote della scomparsa della parente: da questo momento comincia la ricerca degli scomparsi da Shaker Heights, un mistero che pare assurdo, come molti dei personaggi che parteciperanno o meno alla ricerca.

Come la maggior parte dei romanzi postmoderni, La scopa del sistema inizia in medias res, negli anni ’80, in cui incontriamo per la prima volta Lenore II, la giovane protagonista del romanzo, e la seguiamo poi nel 1990, lungo l’arco dei pochi giorni di fine estate in cui tenta di ritrovare la bisnonna. Le due Lenore sono l’una lo specchio dell’altra: se da un lato infatti Lenore Nonna è scomparsa, la sua presenza è costante in quasi tutta la narrazione; dall’altro, benché Lenore Nipote sia la protagonista, non riusciamo mai a cogliere la sua verità perché viene sempre raccontata da altri o attraverso il suo rapporto con gli altri.

Questi altri creano una galleria di personaggi memorabili: buffi, idiosincratici, strani, caricaturali ed estremamente umani e disumani allo stesso tempo, come ad esempio Norman Bombardini, proprietario del Bombardini Buillding in cui Lenore lavora, che soffrendo di solitudine perché la moglie l’ha lasciato, decide di mangiare finché non riuscirà ad espandersi fino ad inglobare in sé l’intero universo. O il governatore dello stato dell’Ohio che decide di costruire il DIO – il Deserto Incommensurabile dell’Ohio -, ricoprendo sterminati chilometri quadrati di sabbia nera per ricordare agli abitanti del suo Stato che in fondo, anche se sembra che le cose vadano bene, la vita in realtà fa schifo.

La scopa del sistema è un romanzo intelligentissimo, impregnato di filosofia e comicità, che riesce ad intrattenere sempre e che non molla mai l’attenzione del lettore. Nemmeno durante le lunghe tirate di uno dei personaggi più scassacazzi della letteratura anglofona, il verboso editore Rick Vigoruos che per tutto il romanzo non fa altro che informarci che ama Lenore Nipote, ma che ha problemi di gelosia e di lunghezza del pene e la cui salute mentale degenera via via che la vicenda si snoda grazie all’aiuto di uno psicanalista cialtrone fissato con finte teorie sull’igiene e sulle membrane, tale Dottor Jay, da cui è in cura.

Il romanzo ha una struttura molto complessa che lo rende un’opera stratificata e ad incastro, piena di stili differenti: si susseguono infatti narrazioni in terza persona, dialoghi puri, bozze di racconti, racconti veri e propri che solo di primo impatto sembrano non essere collegati al resto della vicenda, resoconti di sedute psicanalitiche (cialtrone) e di trasmissioni televisive evangeliche in cui il memorabile Vlad l’Impalatore, uccellino di Lenore, viene assoldato per convincere i fedeli a sganciare soldi alla trasmissione.

Ma soprattutto, La scopa del sistema è un romanzo di una comicità forse unica: in un crescendo di ilarità e con dei tempi comici perfetti, Wallace riesce davvero a farci ridere di cuore: non a caso Jonathan Franzen lo definì “Una via di fuga dalla solitudine”.

Giorgia Damiani