La recensione del fenomenale reportage di Jessica Bruder, Nomadland, per scoprire la realtà quotidiana di molti americani

Come ormai tutti sanno, Nomadland, da cui è stato tratto il film vincitore dell’Oscar, racconta la cruda vita on the road di una serie di persone, negli Stati Uniti, che per diversi motivi hanno perso tutto e ora vivono su “case mobili”.

Non possono essere chiamati senzatetto, perché tecnicamente un tetto c’è. Sono nomadi, girano l’immenso territorio degli Stati Uniti, da un lavoro all’altro, da un campeggio ad un ritrovo nel deserto, Con altrettanto immenso coraggio, Jessica Bruder ha deciso di intraprendere lo stesso viaggio on the road, per documentare, scoprire e soprattutto capire le scelte e la vita di questi milioni di persone costantemente in viaggio.

Quella che sembra una scelta nata per disperazione, per mancanza di possibilità e di alternative, diventa poi una scelta di vita consapevole, un modo per continuare ad esistere in un sistema che opprime e non lascia via di scampo. E così, nel racconto di Bruder (pubblicato in Italia per Edizioni Clichy) troviamo uomini e donne – non più giovanissimi – che affrontano la strada con i loro furgoni riconvertiti, le loro roulotte, a volte solo un’auto come casa. E non solo, questa schiera di nomadi moderni si affida a lavori stancanti come i magazzini di Amazon e la raccolta delle barbabietole.

Eppure sono liberi dalle catene dei debiti e dall’assistenza a pagamento che in America affligge sempre più persone. Eppure sono liberi di vivere e di creare famiglie e legami a modo loro. Nomadland è un reportage fondamentale per capire molte delle tragedie e delle scelte che le persone dell’ex classe media fanno al giorno d’oggi. Diventa inoltre una riflessione fondamentale sul consumismo, sul capitalismo e su una delle possibili alternative ad esso.

Straordinaria inoltre la capacità di Jessica Bruder di immedesimarsi, di vivere e comprendere queste persone, senza mai mancare di rispetto e mantenendo il racconto fluido e fornendo al lettore dati e l’empatia necessaria per comprendere. Un reportage unico e da leggere tutto d’un fiato, da cui trarre profondi insegnamenti e aprire un dibattito su ciò che il capitalismo ci sta portando a fare e ad essere.

Stefania Grosso