Inediti di Alessandro Mambelli

Da quando ci siamo lasciati

il divano è diventato più grande

e la coperta si è raffreddata;

i programmi culinari e i quiz preserali

sono tristi come il brodo di verdura.

Da quando sei andata via

l’autoradio gracchia frequenze disturbate

e le pile dell’orologio sembrano scaricarsi;

la casa è silenziosa e vuota

e sul termosifone non c’è più il tuo pigiama.

Ricordo con immotivata e nostalgica felicità

la cioccolata messa di nascosto nel carrello

e quando insistevi per farti un selfie o una foto;

rimpiango perfino quando, per farmi contento,

ti arrendevi a guardare Star Wars o gli Avengers.

Ieri passeggiando ho concluso che ci siamo amati

e che non volevamo farci del male, che ogni storia finisce

con qualche fazzoletto sporco, coi termosifoni vuoti,

nei brodi di verdura, nella cioccolata scaduta, in qualche film,

davanti a un profilo social spiato per gelosia e paura,

dentro i carrelli della spesa che cigolano più leggeri,

in litigate, accuse, corpi piegati, rimorsi e rimpianti,

e ho pensato che dopo l’ultima litigata in salotto,

quando hai chiuso la porta d’ingresso sbattendola,

il mio unico rimpianto, l’unica cosa che volevo,

– e avrei rinunciato anche all’Impero colpisce ancora,

allo shopping al centro commerciale, alle serate di Trivial,

ai baci umidi, alle tue mani, ai tuoi capelli bellissimi

e a tutte le piccole cose quotidiane che diventano epifanie –,

tutto ciò che desideravo, l’unica cosa che desideravo,

era vederti ridere

sotto la pioggia viola.


Un tizio si sentì improvvisamente male.

Qualcuno gridò:

– C’è un dottore in sala?!

Nessuno rispose,

e il tizio morì.


Poesia sugli ombrelli

Bisognerebbe scrivere poesie

solo sugli ombrelli:

concorderete che gli ombrelli sono gli oggetti più poetici del mondo,

gli unici

su cui valga la pena scrivere.

Per esempio, sono perfetti all’inizio di una relazione in inverno,

perché sono l’unico tetto che quei due,

passeggiando sul Quai D’Orsay,

possono permettersi di condividere mano nella mano,

– così giovani e ricchi solo di sogni.

Se la relazione comincia d’estate, invece,

nel 1782, per dire,

l’ombrello è, come dice la parola,

l’unica ombra per rinfrescare i loro baci focosi.

Gli ombrelli sono anche i fedeli compagni di quando la lascio

– di quando mi lascia – al caffè cittadino, dietro il traffico e la nebbia;

sono l’unica salda presa per non scivolare

nelle pozzanghere e nelle lacrime,

dimenticato e immolato all’amor finito,

scordato d’improvviso come si scordano le poesie imparate a scuola

e gli ombrelli sui gradini della chiesa

(un ombrello è anche un ottimo regalo,

un oggetto elegante ma utile,

connubio perfetto d’ingegneria e praticità:

è come un uomo,

che a vederlo sembra goffo e fragile e invece è tutto molle, scatti e muscoli).

Dentro gli ombrelli, poi,

ci si possono fare fioriere per le finestre di Barcellona,

o arte concettuale per i tetti e i lampioni.

Gli ombrelli sono gli oggetti più poetici del mondo,

appena sopra la pioggia di Parigi e il tuo viso

– che assomiglia ad un ombrello aperto

quando mi ripara dalla pioggia metaforica delle nuvole simboliche.


Atlantide

Venezia galleggia

vanitosa e timida

affondata nei canali,

appoggiata alla laguna

come un vecchio ad un muretto;

Venezia vista da Burano,

Venezia diva del cinema,

serenata, porto lontano;

Venezia pezzo di luna.

Voglio camminare per Venezia,

fra le brume e le calli

incontrare Corto Maltese che parla coi gatti

ed Hemingway seduto all’Harry’s Bar che scrive d’amore;

voglio conquistare le donne di Venezia come fossi Casanova,

mascherandomi a carnevale su una gondola al tramonto;

voglio sedermi in una corte silenziosa

ad ascoltare il crepitare della sera.

Le barche dipingono Venezia,

le luci del mare la imperlano

come orecchini e collane;

Venezia

Venezia,

città triste,

isole lontane.


Benjamin Button

Per Patrick

Eravamo tutti più giovani e belli,

biondi quasi biondi come Gesù;

eravamo eroi incantati e patetici

che inciampavano negli amori.

Guardateci ora negli occhi di come saremo:

vedrete la speranza, i sorrisi infranti

e i nostri volti tutti più vecchi e brutti,

nostalgici di carezze mai date.


Cimitero di Montmartre

Al cimitero di Montmartre dormono Degas,

Dumas (padre e figlio), Dalida.

Al cimitero di Montmartre sono sepolti Gautier, Truffaut, Ampère,

e anche la Golosa e la musa di Verdi.

Com’è che c’è più vita qui che per le strade?

Parigi, 01/08/2016

Alessandro Mambelli
Classe 1997, Laureato Lettere Moderne a Bologna.

Su TBE ha già pubblicato il racconto Teste Bianche e alcune poesie