Un’analisi filosofica sul perché abbiamo sempre amato vedere le donne fallire

Spezzate, scritto da Jude Ellison Sady Doyle e pubblicato in Italia da Tlon, è un saggio con un carattere estremamente divulgativo sul perché la maggior parte di noi gode a vedere le donne andare in rovina. Per ragionare sulle motivazioni di questa reazione collettiva alla caduta femminile, Doyle parte da una semplice domanda: cos’è che nello specifico ci attrae nel vedere una donna crollare, essere fatta a pezzi e buttata nella pattumiera? Per rispondere, Doyle passa in rassegna più di duecento anni di storia, esaminando come sono andate a finire le esistenze di alcune donne note. Spoiler: non bene.

Spezzate ci fa incontrare molte donne che hanno, per motivi, in modi e in campi diversi, raggiunto la notorietà e sono state poi rovinate. Ma prima Doyle ricostruisce l’anatomia della trainwreck. Ne “La nota dei traduttori” infatti, leggiamo che trainwreck, è un concetto che si può applicare “a una persona (meglio se donna, meglio se celebre) la cui vita abbia deragliato rispetto al corso “normale”, finendo in modo disastroso a causa, ad esempio, dell’abuso di alcol o droga, o per una condotta sessuale ritenuta intollerabile.” Il saggio allora, analizza alcuni esempi di trainwreck per spiegare questo fenomeno e rispondere alla domanda di fondo del libro: perché amiamo guardare una donna che diventa una trainwreck?

Partendo da Mary Wollstonecraft, passando per Charlotte Brontë, Valerie Solanas, Billie Holiday, Harriet Jacobs, Sylvia Plath, Hilary Clinton, Monica Lewinsky, Théroigne de Mérincourt e Maria Antonietta – ma anche Britney Spears, Whitney Houston, Miley Cyrus, Diana Spencer, Marilyn Monroe e Amy Winehouse -, Doyle ricostruisce l’anatomia di come queste donne siano state distrutte e risponde al perché continuiamo a esultare quando questo accade.

La risposta è: il patriarcato, e quella sua meravigliosa dicotomia secondo la quale le donne possono essere o sante o puttane, e non possono e soprattutto non devono esistere nel mezzo. Chi ci prova fa una brutta fine, come le donne di cui sopra. L’angelo del focolare e la fallen woman – la donna perduta – sono le uniche due dimensioni in cui le donne possono esistere: la prima viene osannata, la seconda viene condannata. Sempre. Tutte le trainwreck invece, e di conseguenza ogni donna in quanto potenziale trainwreck, hanno tentato di vivere in una dimensione altra ripetto ai due stereotipi in cui il patriarcato vuole obbligarci a riprodurre all’infinito.

Sguaiata e queer come Valerie Solanas o algida e ambiziosa come Hilary Clinton? Non vai bene, non andrai mai bene, come dimostrano tutti gli altri esempi portati da Doyle. Lo scopo del patriarcato è infatti quello di farti rigare dritta su quei binari, senza possibilità di cambiare strada. E se non vuoi farlo, sai cosa ti aspetta: ti schianterai come un treno che esce dai binari, appunto. E noi staremo qui a guardare.

Ma questo saggio non è solo una disamina di un aspetto fondamentale del patriarcato: le donne raccontate da Doyle sono esempi non solo funzionali a dimostrare la sua tesi, ma anche per noi. Prendiamo a esempio questa sfilza di donne ribelli e mettiamo in atto la nostra resistenza. Oggi noi e il femminismo siamo al punto in cui siamo arrivati anche grazie a loro e alla loro sofferenza.

Giorgia Damiani