Inediti di Simone Migliazza

Simone Migliazza Poesie Copertina inediti

Tuffiamoci nei versi freschi ed evocativi delle poesie di Simone Migliazza

Al centro dell’estate, nel calore,
s’é fatto asciutto d’un tratto il parlare
delle cose: la casa, il mare, gli alberi
non dicono che sé stessi. Aderire

alla vita ha un prezzo di silenzio: vivere
e basta, semplicemente. Solitudine
insondabile, estranea mia ombra.


Si ferma sui comignoli il tramonto
stasera che sui tetti rossi levano
i loro scuri profili. Dietro, dove
l’orizzonte s’abbassa, ancora luci
folleggiano: una festa silenziosa,
senza invito. Sugli alberi, tranquilla,
posa la sera. L’aria muove il poco
che rimane del giorno. Quasi annotta
senza che uno s’accorga, per errore.



È già tempesta ai monti. Un borbottare
si fa strada in città, sui tetti e i muri
s’allunga un’ombra. “È morta. La sorella
di Anna, dico. È morta”, fa una voce
per la via. Si perde la risposta.
Fare cose da vivi, con del pane
e pomodori mangiare. Non serve altro.



A stare con i gatti sul balcone
e guardare la vita che si muove
dal margine, fra vasi dove insecca
terra in disuso e strame. Farsi posto
tra le cose, restare: basteranno
quel vento fra le piante nell’attesa
della sera, le prime ombre, la rondine
in picchiata e ascoltare la domanda
che corre lungo i viali, fra le case.



Non fa rumore il tramonto sulle auto
l’aria del giorno si fredda, rimane
nel tempo breve che avanza una gioia
tarda, la luna nebbiosa già alta.



C’è il mare fra le cose immaginate
e il promontorio selvatico disteso
con qualche uccello che urla primavera.
In un’ora qualunque quanta vita
manca. La costa è nuda, senza un uomo.



Azzurro sferza un vento nei viali oggi,
fa l’anima leggera. Erbe e strade
muove fin su, alle tende dei terrazzi:
pare tremare sotto gli occhi il mondo,
a onde. Dai vetri aperti è nella stanza:
s’addentra con un suono di lenzuola
e panni stesi. Non c’è mistero, splende.
La bici in strada ti sembra volare.



La vita è questo stare delle cose
abbandonato:
il vecchio che cammina
la scopa al muro del terrazzo,
l’albero che al vento lascia
il ramo.
È nel passo che ti porta
Scoprire un cigolio, un tentennare
un mancare della forza
che ti ferma sulla forra.
É al tavolo coi gomiti poggiati
cercare sulle dita le ragioni che ti restano
le occasioni buone
e segnarsele a matita.


La marina ventosa, i cutter bianchi.
Bambini che scavallano per gioco
nel frangente: ignorano le madri,
fra le creste si spingono incuranti.
Si tendono gli ormeggi dalle barche
e nel subbuglio a permanere, solo,
é il muoversi incessante degli scafi.
Sferza l’aria la frangia degli ombrelli:
un suono di scudiscio frusta gli alberi
lasciati senza vele a ciondolare.


Poche volte di notte si riusciva
a vedere le stelle, l’abitato,
le sue luci, facevano il cielo
lattiginoso. L’Orsa, Cassiopea,
era una festa riuscire a trovarle,
costruire piccole mappe celesti
in cui poche erano le cose note
e il resto splendeva senza nome. Fuori,
lontano dalle ultime case, il buio
più si sarebbe acceso e dai canneti
sarebbe stato facile sentir
arrivare una musica di zufoli.
Appagava, però, la rumorosa
banchina intorno al porto, l’andirvieni
ozioso dei turisti o il loro stare
ai tavoli a impigrire. Poi, cercare
a quella gazzarra umana mescolato
il suono delle gomene crucciato
o delle sartie dal vento strapazzate.


Ieri notte in terrazza abbiamo acceso
una candela. Ai margini del tavolo
si spingeva la sua luce: passava
tra bicchieri e bottiglie, sulla grande
ciotola bianca piena di cipolle
e agli. La città era viva nell’estate:
autoradio e sirene risuonavano
nel verde lampeggiante della croce
elettrica di una farmacia. Le ombre
delle piante esitavano sul muro
a ogni incertezza della fiamma. Chiara
notte era oltre questo tremolare.



C’è una foglia piegata sotto il vaso,
dietro un innaffiatoio e una bottiglia
vuota. Non è arrivata a primavera
si è fermata da qualche parte, prima.
Disossata sta dentro maggio e bruna.



In queste stanze guaste il giorno arriva
muovendo appena le tende, che pare
d’averlo solo immaginato. Qui,
nelle ore disertate dagli eventi,
nulla accade che non sia già stato.
Senza volere, talvolta il silenzio
si rompe: hai ancora, per sbaglio, certezza
d’esistere. Di fuori dalle grate
s’indovina la vita: è il latrato
del cane o il passo d’un vivo, lontano.


Oggi è più forte l’odore del pioppo,
come un rumore riempie il parco, sale
le strade. Acre, tocca le finestre,
come un quadro s’appende dentro casa:
da lì chiama alla mente cose perse,
mai state. Immobile si trattenesse
questa mattina di resti, per dirti
cosa siamo col vento, col tremare
placido delle piante. E in quella lingua
persuadersi a passare, a essere foglia
o frutto maturo in seno alla stagione.

Simone Migliazza è nato l’8 settembre del 1982. Si è laureato in storia dell’arte presso l’università “La Sapienza” e in discipline musicali presso il conservatorio “O. Respighi” di Latina. Attualmente
insegna in scuole pubbliche e private. Ha esordito nel 2020 con la silloge “Un estuario fecondo d’isole” (Pluriversum edizioni). Nel 2022 ha pubblicato “Poesie della voce nuova” per i tipi di Puntoacapo editrice. Suoi testi sono stati ospitati da “La bottega della poesia” su “la Repubblica” e, in traduzione spagnola, dal “Centro Cultural Tina Modotti”. É membro della giuria per il concorso letterario “Calabria in versi”.