Un racconto fuori dal comune: I beati anni del castigo è uno spaccato di infanzia tra le Alpi svizzere 

Forse in pochi conoscono Fleur Jaeggy, e forse chi la conosce sa che è stata la moglie di Roberto Calasso, proprietario della casa editrice Adelphi – che ha pubblicato I beati anni del castigo -.

Chi l’ha sentita nominare forse sa anche che ha collaborato con Franco Battiato alla stesura di alcuni suoi testi, fin dai primi album del maestro. Nel corso della vita e nel mondo della cultura e dell’arte, Jaeggy ha contribuito innumerevoli volte, ma è forse per i suoi libri – romanzi, saggi, traduzioni – che vale la pena di incontrarla e conoscerla.

I beati anni del castigo è un romanzo che racconta gli anni trascorsi dalla sua protagonista all’interno del Bausler Institut, nell’Appenzell, in Svizzera. In questo collegio, la vita scorre apparentemente senza scossoni, le ragazze hanno tra loro i tipici rapporti che si possono instaurare in un luogo simile di educazione: fazioni, gruppetti, promesse di fedeltà eterna, favori. Tuttavia, la protagonista non sembra interessata a queste dinamiche: è distaccata e non partecipa dei riti informali del collegio.

Sembra non avere amiche e l’unica cosa che le fa provare emozioni sono le escursioni solitarie all’alba in mezzo alla natura che circonda il Bausler Institut. Ma un giorno arriva al collegio una nuova educanda, Frédérique, che con i suoi modi austeri e silenziosi ammalia irrimediabilmente la protagonista. Tra loro però stenta a nascere una vera amicizia. Anche se c’è stima reciproca e un’ammirazione che rasenta l’imitazione da parte della protagonista, le due ragazze non stringono alcun legame solido, al punto che una volta che Frédérique abbandonerà la struttura, le due ragazze si rincontreranno solo un paio di volte, in una scena quasi allucinata e pazzesca, in completa opposizione con i momenti di vita scandita nel collegio a cui la prima parte del romanzo ci aveva abituati.

La freddezza delle relazioni tra la protagonista e tutti gli altri personaggi del romanzo è la stessa freddezza della scrittura di Jaeggy, che si riflette anche nelle ambientazioni più ricorrenti: gli inverni in Svizzera, le Alpi, L’Appenzell. E le ragazzine del romanzo sono così comuni e così fuori dalle norme con cui sono spesso raccontate le bambine che, come su un dondolo, non capiamo se proviamo per loro della simpatia o della repulsione. 

Lungo tutto il racconto viene mantenuta costantemente una distanza tra chi legge e chi vive la propria esistenza sulla carta, ma senza questa limpidezza, cura e asciuttezza sarebbe probabilmente stato difficile rendere una storia così comune un viaggio quasi straordinario.

Giorgia Damiani