Un continuo gioco di specchi e di rimandi che rende questo lungo racconto di DFW un piacevole rompicapo per chi legge

Verso occidente l’impero dirige il suo corso (d’ora in poi Verso occidente), pubblicato in Italia da minimum fax, è un racconto lungo di David Foster Wallace, uscito negli Stati Uniti nel 1989, come parte della raccolta, La ragazza dai capelli strani. Oggi potete trovarlo in libreria come un libro a sé stante, con una copertina strepitosa, e traduzione e prefazione di Martina Testa.

Verso occidente racconta la storia di sei personaggi strampalati che compiono un infinito viaggio in macchina per raggiungere Ocean City, nell’Illinois, in cui deve svolgersi la reunion di tutti gli attori che abbiano mai partecipato a uno spot di McDonald’s. In apparenza potrebbe essere una trama semplice, con i suoi in inghippi e le rispettive risoluzioni, ma ovviamente, essendo un racconto di Wallace, non è assolutamente così.

Come spiega Testa nella sua prefazione, Verso occidente è una storia estremamente stratificata, piena zeppa di rimandi sia alla cultura di massa che ad altri romanzi. Questo intreccio di riferimenti comincia già con il titolo: Westward the Course of Empire Takes Its Way – titolo originale dell’opera di Wallace – è un verso del filosofo empirista George Berkley e ripreso successivamente come titolo per una serie di dipinti che celebrano la colonizzazione dell’ovest degli Stati Uniti. Il dipinto più famoso della serie è appeso sulla parete ovest del Campidoglio di Washington e il viaggio dei nostri sei personaggi è diretto verso ovest, ma come la colonizzazione americana dei nuovi territori occidentali del Paese, anche quest’ultimo è costellato di inghippi. Ed è solo l’inizio. 

Per poter operare una disamina completa delle sfaccettature del racconto – che si arricchiscono di nuovi dettagli potenzialmente con ogni nuova persona che lo legge – non basterebbe una tesi di dottorato, dunque io mi fermo qui. Tuttavia c’è un tema che più di altri mi ha colpito del racconto: il riflesso nello specchio. Il luogo in cui avverrà la riunione degli attori degli spot McDonald’s è una discoteca, chiamata Casa Stregata, arredata come la stanza degli specchi di un luna park. Come il ragazzino dentro una casa stregata, anche il lettore si ritrova dentro un racconto fatto di dettagli che si riflettono in altri dettagli, che costituiscono l’imbastitura dell’impianto narrativo.

E come il postmodernismo contemporaneo a Wallace – criticato in Verso occidente – è una casa di specchi che usa la metafiction per parlare di “racconti che parlano di racconti”, così è il progetto della Casa Stregata, allo stesso modo in cui il personaggio di Sternberg ha un occhio all’indietro che dunque guarda sempre sé stesso, come DeHaven non vuole conformarsi alle regole del capitalismo rappresentato da suo padre e D.L. non vuole conformarsi alle regole della scrittura del professor Ambrose, che ha una voglia di vino rosso sul viso come l’assistente di volo Magda, che in realtà è Ambrose.

Per quanto complesso, Verso occidente è davvero un viaggio straordinario e un gioco di rimandi che tiene chi legge attaccato e attaccata alla pagina fino alla fine, se ne esiste davvero una. All’inizio potrebbe sembrare una lettura ostica, ma se terrete duro, questo racconto sarà uno dei più appaganti e divertenti che abbiate letto.

Giorgia Damiani