Il saggio cult del filosofo e critico, Mark Fisher, ci consegna la speranza per un presente migliore

Mark Fisher morì nel 2017, si dice a causa di una depressione non più sostenibile che lo portò a togliersi la vita poco prima della pubblicazione del suo ultimo saggio, The Weird and the Eerie. La depressione è anche uno degli argomenti che vengono trattati nel suo saggio più famoso, Realismo capitalista, pubblicato nel 2009 e tradotto in italiano da Valerio Mattioli per Nero Editions. Nel suo libro cult infatti, Fisher analizza, insieme a molti altri temi, come la depressione e le cosiddette malattie mentali non potranno mai essere affrontate, né tantomeno curate, in un sistema che le derubrica a istanze individuali e non ne riconosce quindi la matrice collettiva e sistemica.

Proprio l’abbandono di un individualismo sfrenato tipico del tardocapitalismo e il ripensare a un nuovo paradigma di collettività è il fulcro del ragionamento del filosofo della cultura post-rave. Partendo dall’assunto che il Capitale è in grado di fagocitare qualsiasi sfera del reale e dopo un’analisi snella ma puntuale delle varie forme che assume il capitalismo realista, Fisher prova a farci vedere che se ci sembra che sia “più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, la realtà ci dimostra che questo è palesemente falso, e che anzi, dalla crisi che negli ultimi anni sta vivendo il capitalismo, è possibile trarre possibilità di vero cambiamento.

Fisher ci mette però in guardia anche dai pericoli che si nascondono in queste possibilità di rinnovamento: a differenza di come hanno fatto i partiti e i movimenti di sinistra negli ultimi decenni, dobbiamo imparare a riconoscere, e quindi a evitare, il conservatorismo. Realismo capitalista sostiene infatti che sarebbe inutile tornare ai bei vecchi tempi in cui, per esempio, non c’era tutta questa burocrazia e i diritti dei lavoratori venivano garantiti. “Tornare alla territorialità precapitalista è impossibile. Al globalismo del Capitale, l’anticapitalismo deve opporsi ricorrendo al suo più puro, autentico universalismo.” Dobbiamo ripartire dalla collettività, da un modo di stare insieme nuovo e che non poggi sui vecchi sistemi: per farlo abbiamo bisogni di strumenti di lotta diversi e più efficaci.

È proprio questa netta convinzione di un presente e un futuro più sensati e più giusti ed equi che fa di Realismo capitalista un canovaccio da usare come ispirazione per ripensare il mondo e ripensarci come società: ripensare i consumi, i disturbi mentali, il servizio pubblico, l’organizzazione e la produzione. In altre parole ripensarci come comunità libere e non come individui schiacciati.

Giorgia Damiani