Un estratto dalla raccolta di poesie Il giorno sulla foglia di Gabriella Maleti

L’alba

Così come s’alza
come noi crediamo s’alzi
– mentre lei fagocita le sue uscite –
noi prima
ancora (di nascosto) gli occhi chiusi
– chissà per quale miniatura di paura –
negli irrigiditi gridi e accensioni
e ancora prima
nei grandi letti
quanto tentavamo delle morti (facevamo le prove)
affondando la testa che diveniva
minuta e gracile
e ancora prima
all’andamento dei trifogli e delle
margherite
del tarassaco delle violette
e di talune odorose mentucce
l’alba nasceva.

Si liberava dalle
flaccide vesti notturne
comparendo tra i lillà.
Così finita
la luna
in urne giganti s’aggruma
dietro le vivide colline
da dove si vorrebbe rotolare
ancora
per giungere al piano
per disamore tenero amore
al fruscio di lepri
ai loro occhi
la madre taciturna al fianco
gli occhi braccati dall’agonia
quei molti occhi: medesimi guizzi
inesauste poi esauste
faccende di animali e madri
con grandi tracce grandi mani
poi a fette
zucche che bisbigliano
calciate rimbalzano
ragnatele di zucche
galleggiano come teste
le zucche di mio padre
che lui batte con le nocche
e porta all’orecchio
ma cupe continue campane
odono i rospi acquattati nella rugiada.

La madre che dorme non ode l’alba:
nei suoi letti posiziona i fissi capelli
ride fulva come la volpe accucciata
e gonfia.


“Si potrebbe credere che la luminosità anche se acre, delle ore estive, conforti colui che non sa chi è”

In memoria di sitibondi greti e sponde
specialmente mosse, specialmente sponde a me
consustanziali,
là, nel poco temibile verde
appena appena solitario,
percepivo una mia primissima identità
assunta ad esaminare acerrimi rovi,
erbe e sassi
alla luce epistolare e massima dell’estate.
Nel sacro fenomenologico della campagna,
del suo vasto, perdevo occhi e mente a scrutare
(rovello di conoscenza)
e olfatto, in un lungo temporeggiare canino di nari
all’aria, mentre il cuore era lungo tirato placido,
sotto mentite spoglie,
nella rassicurante spoliazione d’ogni dubbio,
d’ogni necessaria conoscenza di sé.
E se per caso restava a me il timore di un mio ignoto,
tra voi congiunti estri odorosi garruli,
rumori, zampettii, vita d’ogni più minuscola specie,
in voi peripezie torride mi memorizzavo
riconoscendomi.
Più mi perdevo, più mi riconoscevo.
Ora, qui, tra vecchi films e
maldjsposte cene, riesamino ciò che
mi porta lo sconsiderato bisogno di
una me interlocutrice meditabonda
alla ricerca di una qualsiasi ragione
che giustifichi la mia presenza qui, o
il mio infastidito disfarmi di me
in ammissioni e memoria via via più schiomata.
Taccio. Aspetto di identificarmi nella cocentissima stagione
al seguito del mio primo sostentamento.
Questo mi rimane. Voluto o non voluto.
lmbroglio. Mito. Ma unica identità.
Avrò vissuto com l’anguilla tubicola,
ficcata al suo posto,
fin che vita la campi.


“È meglio scrivere che osar vivere”

Scrivere quanto si è dovuto vivere?
Vivere per scrivere?
E l’uno è materia dell’altro
o lo scrivere induce a vivere?
E perché mai, se vivo, scrivo?
E quello che scrivo è proprio ciò che vivo?
E cosa si può denominare vita?

Scrivo tutto ciò che si muove e respira,
che in me ha dovuto vivere
e deve,
sebbene il canto sia esso stesso parte costernata
della mia ubbidienza a un tutto
messo a vivere (ecco cosa sono), a respirare già bolso
e faccia esso, ora, esame della sua sconosciuta materia,
e scriva – lo sbigottito – la propria resa,
l’inafferrabile disegno.

O forse il bene è tutto lì: nel mio
asservimento a quanto di vissuto
resta nel non vissuto e viceversa.


È bene saperlo: la nostra qui materiale vita
è tirata da un paio di muli instancabili.
Ogni tanto si fermano per mangiare erba e frasche,
poi bevono a un ruscelletto o ad una pozza d’acqua
piovana, girano il capo per dire:
“Si va avanti”.

Dove?
Forse verso l’incanto dei fiori, la pace dei serafini,
verso le alte magnolie.
Mio padre ne aveva due davanti a casa, alberi che
curava più della sua anima, a volte barattando
la loro con la sua.
Ed in questi scambi smetteva
d’essere malinconico.
Ah, le funzioni della natura.

I muli tirano, hanno passato certi visi, certe
manifestazioni. A volte, dormendo in piedi,
chiedo dell’acqua: una pioggerellina scende,
una gaia rondine passa.
Siamo del Creato, siamo noi, umana specie.

Il giorno sulla foglia di Gabriella Maleti (Marano sul Panaro, 1942 – Firenze, 2016). La raccolta è curata da Mariella Bettarini (con postfazione di Marta Moretti) e contiene poesie inedite.
Ringraziamo Il ramo e la foglia edizioni per la concessione.