Miseria, poesia, socialismo e dipendenza: sono questi gli ingredienti che compongono la Trilogia di Copenaghen di Tove Ditlevsen

Miseria, talento letterario, socialismo e dipendenza: sono questi i principali ingredienti che compongono Infanzia, Gioventù, Dipendenza, i tre libri che compongo la Trilogia di Copenaghen, titolo del memoir completo della scrittrice danese, Tove Ditlevsen, da poco tradotti e pubblicati anche in Italia da Fazi.

Come spesso accade tra USA ed Europa, le opere di Ditlevsen sono state riscoperte negli Stati Uniti e poi, sull’onda dell’entusiasmo americano, la loro popolarità è esplosa anche in Europa. L’autrice danese nacque infatti nel 1917 in un quartiere povero della capitale e la sua prima raccolta di poesie venne pubblicata nel 1939. Figlia ribelle di una famiglia operaia e socialdemocratica, Ditlevsen si oppone quasi inconsciamente alle regole prescritte per una bambina, una ragazza e infine una donna della sua epoca e finisce per sposarsi più volte, raggiungere il successo letterario, avere dei figli e finire in clinica di riabilitazione per una dipendenza da Demerol, un farmaco analgesico oppioide, contro cui combatterà per tutta la vita.

L’aspetto che colpisce di più della Trilogia di Copenaghen non sono tanto i fatti e gli avvenimenti che accadono all’autrice, la dipendenza appunto, ma anche una gravidanza inattesa, l’arrivo del nazismo prima in Germania e poi in Danimarca, o il suo successo letterario che la porta a conoscere di persona grandi nomi della letteratura contemporanea. Quello che stupisce è la scrittura stessa di Ditlevsen, limpida, accurata, che mai si abbandona a toni drammatici, anche se il contenuto della sua prosa li giustificherebbe a pieno. In questo Ditlevsen ha molto in comune con un’altra grande scrittrice europea che ha contribuito a far crescere d’importanza il genere del memoir in Europa: pariamo di Annie Ernaux.

Entrambe queste grandi autrici sono in grado di raccontare esperienze difficili, a volte perfino insopportabili, attraverso una prosa liscia, che segue un ritmo tranquillo, priva di ogni scossone. Ed entrambe sono in grado di condividere con chi le legge l’esperienza di essere donne in un determinato periodo storico, inserite in una determinata classe sociale, in determinati luoghi d’Europa. Ernaux e Ditlevsen sono entrambe testimoni instancabili del loro tempo, e ci mostrano delle pieghe della Storia più recente del nostro continente che altrimenti probabilmente non avremmo conosciuto.

Leggere la Trilogia di Copenaghen quindi è un modo per conoscere la vita e le esperienze di una donna, ma anche di entrare in contatto con determinati precetti di una società che per certi versi è sparita ma che per certi altri continua a vivere e a determinare ed influenzare le nostre vite.

Giorgia Damiani