Infinito

Un racconto di Marco Emilio Boga

La notte era calata. La luce della luna creava ombre lunghe sulle pareti della casa di Via della Rotonda. Gli adulti erano andati a dormire e il silenzio fu increspato da un fruscio. Il giovane Marco era uscito dalle coperte. Le calze strisciavano sul pavimento per fare il minor rumore possibile. Più volte si era chiesto cosa ci fosse dietro il muro a ovest del giardino. Quello ricoperto da piante rampicanti, tetro, dove nessuno si era mai avventurato.

Aveva aspettato che tutti andassero a letto, che l’oscurità calasse per scoprire cosa si celava oltre. Prese la vecchia scala del nonno, si avvicinò al muro e salì uno a uno i pioli. Le foglie sfregavano sulla pelle. Arrivato in cima guardò davanti a sé. C’erano alberi. Spettri che muovevano le braccia mossi dal vento. L’aria gli scompigliò i capelli. Fece passare la scala dall’altra parte e scese fino a terrà. Si accorse solo in quel momento che aveva addosso solo i calzini. Se li tolse. Mosse i primi passi a piedi nudi sull’erba morbida. Non riusciva a vedere oltre quel bosco. Si incamminò tra quegli arbusti finché di colpo si trovò davanti a una radura spoglia. Steli spessi misti a tutoli coprivano ogni cosa. Passando i piedi li sentiva cedere, incrinarsi. Ad un certo punto provò una fitta sotto il piede. Guardò in basso. Era la punta di una lancia di una statuetta di metallo. Intorno vide un cimitero di soldatini e cavalli. Strisciando i piedi per non dover calpestare quella marea di giocattoli iniziò a intravedere fili sempre più vicini. Rovi che gli impedivano di andare oltre.

Eppure non voleva fermarsi. Costeggiò quella muraglia fatta di spine, finché non trovò un sentiero stretto. Si addentrò in quel groviglio, una galleria senza fine. L’albaspina, i suoi fiori bianchi. Allungò la mano per prenderne uno, ma si ferì. Proseguì. I rami divennero sempre più spessi, iniziarono ad attorcigliarsi su di sé. Poi divennero ruvidi. Le spine sparirono. Erano corde. Marco sentiva la canapa sotto le dita. Seguì quelle funi. Il sentiero si allargò. Vide nuovamente il cielo sopra di sé e attorno al posto dei rami c’erano vele e alberi di navi. Carcasse di derive lasciate a marcire sull’erba, sulla terra. La luna le illuminava. Un brivido percorse il giovane. Mentre esaminava una barca da sessantaquattro piedi, contando i passi come a verificarne l’effettiva lunghezza, l’aria portò alle narici un profumo di salsedine. Oltrepassato quello scafo davanti a lui c’era una montagna di sabbia. I piedi affondarono nella rena. Il sale sempre più forte gli iniziava a dare alla testa. Cominciò a correre e arrivato in cima lo vide. L’oceano. Rimase diversi minuti a guardare le onde. A sentire quel suono sempre più forte agitargli le viscere. Si sentiva vivo. Ecco cosa si nascondeva dietro quel muro. Un intero mondo. Il suo mondo.

Le prime luci dell’alba si palesarono. Doveva tornare. Ripercorse la strada fatta fino a raggiungere il muro e, una volta in cima all’ultimo piolo, si voltò. Ora riusciva a intravedere l’oceano in lontananza tra i tronchi. Discese dall’altra parte, rimise la scala nel ripostiglio e arrivò tentando di non fare rumore fino alla camera da letto. Si infilò sotto le coperte. Sentiva ancora il profumo di salsedine. Quella notte aveva visto l’infinito e, addormentandosi avvolto dal caldo piumino, si disse che non lo avrebbe rivelato mai a nessuno.

Marco Emilio Boga è nato a Tradate il 27 ottobre del 1990. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria, ha pubblicato cinque libri di poesia e ha portato a termine il percorso di alta formazione ‘Over 30’, college scrivere con Giorgio Vasta, presso la Scuola Holden di Torino. Social Media Manager, ha scelto di fuggire tra le montagne cambiando vita e lavoro.