Oli e Mac

Oli e Mac Short Story

Un racconto

La storia che sto per raccontarvi è la storia di due mondi che si incontrano. La storia di Oli e Mac.

Quando Martin tornò a casa da scuola, salutò i genitori. Sua mamma Claire stava preparando i biscotti e, avendo le mani sporche, lo baciò in fronte. Poi gli stampò una ditata piena di farina sul naso. E entrambe scoppiarono a ridere.

Il piccolo si lavò la faccia con un panno umido e passò in sala dove il padre non smetteva di scrivere. Tic, tac, toc. Un sacco di suoni alla velocità della luce, senza sosta. Gli si avvicinò e si mise accanto senza fiatare. Era affascinato nel vedere come nascevano le storie.

Il padre si fermò di colpo. Cosa stava succedendo? Il piccolo Martin si avvicinò col viso alla macchina e al foglio. Perché la storia non stava andando avanti? Cosa stava succedendo?

All’improvviso sentì le braccia del padre stringersi attorno a lui e si sentì preda di un abbraccio. Il padre lo strinse forte, lo guardò in viso e gli sorrise. Poi lo rimise a terra e gli disse:

“Al posto di leggere le storie degli altri, non ti piacerebbe scrivere le tue?”

Il piccolo lo guardò e annuì.

“Allora dovresti andare in camera tua. Chissà cosa c’è che ti sta aspettando sulla scrivania.” E dicendo queste parole gli scompigliò i capelli sorridendo. Poi fece solo un cenno con gli occhi, puntando su, in alto, verso la sua stanza. “Vai, piccolo mio.”

Martin, tutto emozionato, corse su per le scale. Arrivato in cima, senza smettere di fare andare le gambe come un forsennato, si aggrappò al corrimano per una curva a gomito e volò dritto dentro la porta di camera sua.

Una luce magica, calda, riempiva la stanza. E, mentre il profumo dei biscotti messi da poco in forno iniziava a riempire l’aria, vide sulla scrivania un telo grigio, spesso, con un fiocco rosso, che copriva qualcosa. Alzò delicatamente la spessa stoffa e si trovò davanti una macchina da scrivere. Assomigliava a quella del padre, ma era più piccola. Sembrava fatta per lui. La superficie esterna era ruvida e aveva un colore carta da zucchero. I tasti erano lucidi e passando le dita scoprì che i polpastrelli si incastravano perfettamente nei piccoli solchi su ogni lettera. C’era già anche un foglio pronto. Così premette la lettera che stava sotto il suo dito:

O

E poi si lasciò andare ad altre due:

li

Oli. Che bel nome, pensò. Così, guardando la piccola macchina davanti a sé disse “Ciao Oli. Ti piace come nome? D’ora in avanti scriveremo la nostra storia.”

E così i due passarono giorni, mesi, anni insieme. Sempre a scrivere. In camera da letto, in sala, in giardino. Sì, anche in giardino tra l’erba che solletica la pelle.

E poi un giorno il padre andò accanto a Martin che stava alla scrivania, seduto, a scrivere con la sua Oli. Rimase incantato da quella velocità. Tic, tac, toc. Avvicinò per istinto il viso al foglio per vedere meglio. Di colpo tutto si fermò. Niente più tic, tac, toc. Silenzio. E il padre si sentì improvvisamente stretto dalle braccia del figlio.

“Al posto di leggere le storie degli altri, papà, non dovresti essere sotto a scrivere le tue?”

Il padre lo fissò e sorrise. “Hai ragione, ma prima di tornare a scrivere le mie volevo darti questo. Buon compleanno.” E gli diede un piccolo pacchetto sottile. E, scompigliandogli i capelli, se ne uscì dalla stanza.

Martin fissò il pacco e non resistette alla curiosità. Lo scartò e dentro c’era un oggetto strano che aveva visto usare il padre qualche volta. Era un computer portatile. Aprì i due lembi e uno schermo si illuminò davanti ai suoi occhi. Era aperta una pagina e sembrava un foglio. Così Martin digitò il primo tasto nero sotto le dita:

M

E poi altri due:

ac

Mac. ‘Mi piace’, pensò. “Sì, mi piace”, disse “Ciao Mac.”

E da quel momento iniziò a scrivere senza sosta qualsiasi cosa. E andava al doppio della velocità di prima. E scriveva ovunque. Ovunque. Martin e Mac erano diventati inseparabili.

La povera Oli rimase sola, in disparte. Vedeva ogni giorno il suo amato Martin ridere e scherzare con quel nuovo oggetto. Il suo amico non la guardava più. Non scriveva più storie di pirati e mostri, niente più storie d’amore strappalacrime, niente più storie d’amicizia tra Martin e Oli. E così, piano piano, finì per restare sempre più isolata, a spiare la vita da un piccolo spiraglio delle ante dell’armadio sotto i vestiti. Dimenticata.

Un giorno Martin, ormai grande, spalancò le ante dell’armadio. Era di corsa e stava cercando il suo abito e una camicia pulita. Col piede urtò qualcosa. Inutile dire che provò una fitta mostruosa e continuando ad arretrare per il dolore finì per crollare sul letto dietro, tenendosi stretto il piede per il dolore. Col viso rosso e le lacrime agli occhi guardò la causa del suo male pensando già a come vendicarsi.

Quando tornò a mettere a fuoco vide la causa di tutto. Era la piccola Oli. Se ne stava lì, con un filo di polvere a guardarlo. Sembrava diversa da come la ricordava. Spenta. Le mancava anche un tasto che ritrovò poco distante.

‘È colpa mia?’ pensò Martin ‘Sono stato io a farle del male?’. Continuò a fissarla rigirando tra le dita il piccolo tastino che aveva raccolto e quando lo guardò notò che la lettera incisa era la O. La O di Oli.

Come aveva potuto dimenticarla? Lasciarla lì tutta sola nell’armadio? Così scese al piano di sotto nella casa dove ormai abitava da solo. Mise a soqquadro il ripostiglio dove un tempo il padre teneva gli attrezzi e, con un piccolo tubetto in mano, tornò correndo in camera. Era una colla potentissima. Mise un po’ del liquido sul tasto e, premendo dolcemente, lo rimise al suo posto.

Alzando lo sguardo vide l’orologio. Era in ritardo, doveva andare. Così si vestì in fretta e furia e uscì dalla stanza. Non chiuse, però, l’armadio. Pensò che un modo per farsi perdonare almeno un poco per quello che aveva fatto era far prendere a Oli, la sua Oli, un po’ di sole e aria nuova.

La piccola Oli si risvegliò con un male tremendo ad uno dei suoi numerosi denti. Nemmeno quando era stata calpestata dal cane dei Dunkirk aveva sentito così male. Tutto, però, sembrava in ordine e piano piano anche il dolore finì per attenuarsi. E vide la luce. Non così per dire. Vide veramente la luce. Dopo tanto tempo. Appena mise a fuoco si ritrovò davanti la stanza di Martin, in disordine come al solito. E poi lo vide, lì, sulla scrivania. Quel tipo grigio lucente, con lo schermo a specchio. Chi si credeva di essere?

“Ehi tu.”

Mac, sentendo quella voce si svegliò.

“Ehi tu! Sì, dico proprio a te che ti sei appena acceso.”

Dici a me, cosa?” disse Mac rivoltò alla macchina.

“Cosa? Non si usano più i nomi? Ora sono tutti ‘coso’ o ‘cosa’? Dove andremo a finire così! Dove!”

Calmati amica, non volevo essere scortese. Solo non conoscendo il tuo nome ho pensato di..

“Hai pensato male. Mi chiamo Oli, maleducato coso lucente.”

Piano con le parole nonnetta, ho un nome anch’io.”

“Nonnetta? Nonnetta? Chi hai chiamato nonnetta?”

“Era per dire. Piacere Oli, mi chiamo Mac.”

La piccola (e non più così giovane, in effetti) Oli si calmò respirando sempre più lentamente.

I due iniziarono a parlare. E più parlavano, più scoprivano di avere un sacco di cose in comune.

“E poi sai, l’altro giorno abbiamo scritto una storia d’amore. Sembrava distante nel tempo. Raccontava di questo giovane attratto da una ragazza che non lo guarda per niente. O almeno così sembra. Anche perché non ha scritto il finale, quindi non so come vada a finire” disse Mac.

“Mmm.. mi sembra di conoscere questa storia. Lei non lo considera o almeno così sembra, lui è imbranato da far schifo. Sì, ricordo anch’io quella storia. Martin l’aveva scritta con me anni fa, ma non l’aveva finita.”

“L’aveva già scritta con te? E anche allora non l’aveva finita?” Mac, che sentiva qualcosa, andò avanti. “E per caso avete scritto anche la storia del bambino che va alla ricerca del suo amico Sole?”

Oli rimase sbalordita. “Sì”, disse senza pensare.

I due iniziarono a parlare delle storie che avevano scritto con il loro amico e scoprirono di averne molte in comune.

Quando Martin tornò a casa la sera trovò Mac acceso e Oli che era tornata quella di un tempo, pulita e smagliante. Si avvicinò alla piccola e, dopo averla presa in mano e guardata bene, la mise sulla scrivania accanto a Mac.

Con le dita passò sopra ogni tasto e poi si fermò sopra uno di essi. Lo sentiva sotto il polpastrello e, un po’ tremante, lo schiacciò con un sonoro Toc.

O

E poi ne schiacciò altri due:

li

Sentì le lacrime salire e riempirgli gli occhi.

La sua Oli. Erano stati tanto bene insieme. E poi l’aveva quasi dimenticata.

Fissò il piccolo Mac accanto a lei. Si ricordò di quelle storie riscritte per non dimenticare la sua Oli. Per provare a completare quella storia d’amore scritta anni prima con lei e mai finita nemmeno con Mac.

Passò le dita sopra entrambe, accarezzandoli come si fa con le persone che si amano. E così quella sera si ripromise che non avrebbe mai dimenticato i suoi amici. Da quella sera in avanti avrebbe scritto un sacco di nuove storie, tutte diverse, con i suoi piccoli amici. Con Oli e Mac.

Marco Emilio Boga è nato a Tradate il 27 ottobre del 1990. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria, ha pubblicato cinque libri di poesia e ha portato a termine il percorso di alta formazione ‘Over 30’, college scrivere con Giorgio Vasta, presso la Scuola Holden di Torino. Social Media Manager, ha scelto di fuggire tra le montagne cambiando vita e lavoro.