Un racconto di Marialuisa Marchetiello
Il giorno in cui lo incontrai era il freddo 15 gennaio 1937. Seppur in pieno inverno, il cielo era soleggiato e tanto bastava alle famiglie per riversarsi al parco con i loro bambini, con indosso abiti eleganti più puliti di loro. Era soltanto l’ennesimo giorno che odiavo e che osservavo dal vetro della finestra della mia stanza. “Sono tutti stupidi” pensavo ogni volta che vedevo un bambino con in mano una stecca di zucchero filato fare dispetti a qualcuno di meno fortunato. Chissà perché ero così arrabbiato, forse era l’aria che respiravo. Profumava di guerra e di odio.
Indossavo la divisa della mia scuola: pantaloni a sigaretta blu scuro e una camicia color panna. Odiavo anche quella, e odiavo mio padre, un generale delle forze tedesche che mi obbligava ad indossare quella stupida uniforme tutti i giorni. Volevo vestirmi con un pantalone semplice e una camicia colorata. Eravamo benestanti, potevamo permetterci di acquistare nelle boutique migliori di Berlino, eppure mio padre voleva farmi indossare l’uniforme solo per lo stemma che vi portava sopra. Uno stemma che odiavo.
Odiavo un bel po’ di cose quell’anno, anche me stesso. Avevo diciotto anni, degli splendidi boccoli biondi e due occhi azzurri aperti sul futuro, eppure non ero capace di trovarmi una fidanzata. Tutti i miei compagni di classe ne avevano già trovata una e le avevano promesso un matrimonio appena avrebbero trovato un lavoro per assicurarsi una vita agiata, perché volevano costruirsi una famiglia e fomentare la riproduzione della razza pura tedesca. Erano i giorni in cui avevo sentito dire la parola “ariana” per le prime volte. Io odiavo anche quelle cose stupide. Che cosa me ne importa se sia o meno tedesca, la persona che amerò? Io volevo innamorarmi. Volevo amare qualcosa o qualcuno per compensare quell’odio che mi portavo dentro, per capire che nella vita c’è anche altro.
Quella mattina mio padre bussò alla porta con due colpi secchi.
«Avanti.»
«Zarin, figliolo.»
«Buongiono, padre.»
«Vedo che sei già preparato. Sei pronto per uscire? Non ti dimenticare il cappello, è molto importante.»
«No, padre, non lo dimenticherò.»
«Perfetto. Andiamo.»
L’automobile di mio padre era una Mercedes Benz. Era molto in voga all’epoca, anche se non molte persone erano in grado di guidare un’automobile o di acquistarne una. Io ero seduto dietro insieme a mio fratello minore Viktor, mia madre accanto a mio padre. Viaggiammo per circa venti minuti e parcheggiamo in una strada vicino la piazzetta al centro. Anche noi in quel giorno soleggiato facevamo parte di quella patetica sceneggiata della famigliola felice che passeggiava allegra al centro. Il pianto di Viktor che voleva un nuovo giocattolo distrasse i miei genitori, io invece fui attratto da una strana insegna. C’era scritto Traumverkäufer1. Sorrisi: di qualunque cosa si trattasse, aveva attirato la mia attenzione, perciò mi congedai da mio padre e m’intrufolai nel vicolo.
Il negozio non vendeva davvero sogni ma libri. Era una piccola libreria dall’aria spettrale. Fuori dalla porta di vetro c’era un cartellino di cartone ingiallito con scritto Willkommen2, sorrisi ancora ed entrai.
«Buongiorno» esclamai insieme al tintinnio di un campanellino messo dietro la porta. Accanto alla porta d’ingresso c’erano due sedie smesse, di fronte una scrivania di legno scuro. Era un locale molto piccolo e straripava di libri. C’era un odore strano, molto intenso, ma bello. «C’è qualcuno?» Non ebbi risposta e mi incuriosii. Mi guardai intorno. Sulla scrivania spiccava un volume con una copertina rigida e rovinata, a caratteri dorati c’era scritto “Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen”. Pur sapendo che non era buona educazione mi venne voglia di sfiorarla, ma appena feci il gesto di poggiare la mia mano sul libro sentii un grido seguito da un tonfo.
Fu quello il momento in cui lo incontrai. Noah aveva i capelli neri ricci e voluminosi, talmente tanto che fu la prima cosa che vidi sbucare dalla montagna di libri sotto la quale era sepolto. Mi precipitai subito ad aiutarlo.
«Ahhhh, danke, danke3. Mi davo già per morto divorato da queste vecchie pagine.»
«Sta bene?»
«Benissimo, grazie per l’aiuto. Che cosa posso fare per lei?»
Lui aveva il sorriso più bello e contagioso che avessi mai visto. Se si aveva la fortuna di incrociarlo sorridere non si poteva fare a meno di pensare che la giornata sarebbe stata bella e luminosa.
Capii solo in seguito che l’odore che sniffavo nell’aria non era altro che un misto di inchiostro, pagine ingiallite e incenso. Noah amava l’incenso. Diceva che nulla, o quasi, era più bello di leggere un buon libro con accanto una tazza di caffè bollente e il profumo d’incenso che puliva l’aria. Affermava sempre che l’aria era sporca di cattive intenzioni. Io non capivo, ero troppo stupido e viziato per farlo al tempo.
Il 15 gennaio 1937 uscii dalla sua libreria con in mano “Orgoglio e pregiudizio”. Non mi fece pagare neanche un marco, mi disse che gli avevo salvato la vita e che era in debito con me. Pensai che fosse la persona più gentile che avessi mai incontrato in vita mia, lo salutai con un mezzo inchino e tornai da mio padre.
Trascorsi tutta la serata a leggere il libro che mi aveva regalato Noah, mentre mio padre spiegava a Viktor che doveva sentirsi orgoglioso di essere tedesco, di parlare la lingua tedesca, di essere suo figlio, mentre tutti gli altri popoli erano sporchi e inferiori. Baggianate. Come potesse lui stesso crederci era ancora un mistero. Senza rendermene conto, terminai il libro quel giorno stesso. Da quando respirai quelle pagine così, come fossero aria fresca, iniziai a provare un senso di vuoto ogni qualvolta finissi un libro. Chiusi gli occhi e mi addormentai. Non avevo mai fatto un sogno tanto bello quanto quello di quella notte. La mattina dopo capii perché aveva scritto Traumverkäufer.
Ritornai in quella libreria circa un mese dopo. Quella volta trovai Noah talmente assorto in quello che stava facendo che nemmeno sentì il suono della campanella. Ricordo che mi fermai un secondo a fissarlo mentre si sistemava i capelli con aria distratta. La trovai un’immagine molto poetica, mi sarebbe piaciuto fotografarla.
«Buongiorno…»
«Oh, ciao ragazzo dai capelli biondi. Come posso aiutarla?» Il suo tono di voce era sempre calmo e gentile. Quando il suo sguardo incrociò il mio mi sentii strano, come quando si corre troppo e manca il fiato per poter parlare, e impiegai un minuto buono prima di rispondere.
«I-io, ehm, mi piacerebbe acquistare un libro.»
Lui mi guardò fisso mentre io me ne stavo impalato lì di fronte come un pesce lesso. Mi sorrise di nuovo. «Ti è piaciuto “Orgoglio e pregiudizio”?»
Sgranai gli occhi. Si ricordava di me.
Da quel giorno cominciai ad andare in libreria almeno una volta a settimana. Mio padre mi chiedeva sempre: “Ma che ci trovi in tutti questi libri? Non t’insegnano la vita reale. Quella la impari sul campo, in guerra, come ho fatto io. Dovresti piantarla con queste cose da femminuccia e trovarti una fidanzata!”. Io fingevo di ascoltarlo e fuggivo in libreria. Spesso me ne stavo seduto sulla poltroncina di Noah a leggere qualche libro che non avrei potuto portare a casa senza incappare in una ramanzina, e lui me lo lasciava fare senza troppe storie. Di tanto in tanto lo guardavo di sottecchi quando aiutava i bambini del posto a scegliere il libro giusto, o quando i loro genitori lo ringraziavano con un sorriso. Quando qualcuno entrava nel Traumverkäufer ne usciva sempre felice, ed era grazie al proprietario.
Tra il sorriso di Noah e l’odore d’incenso desideravo di non abbandonare mai quel posto. Sarei rimasto lì per sempre, se avessi potuto. Mi piace pensare che esiste un mondo in cui posso leggere il mondo sulla poltroncina sgangherata nella libreria mentre Noah dispensa consigli letterari a destra e a manca.
Eravamo anche arrivati a darci del tu.
«Posso chiederti una cosa?»
«C-certo, Noah, dimmi pure.»
«Come ti chiami? Insomma, passi qui tutti i pomeriggi e non posso continuare a chiamarti “ragazzo dai capelli biondi”. Mi sembra scortese.»
Noah prese un bastoncino d’incenso e l’accese. Mi incantai a guardare le sue mani sfiorare la lampada con delicatezza. «Mi chiamo Zarin.»
Cominciai a passare di lì tutti i pomeriggi. Uscivo da scuola e mi fermavo nella sua libreria, raccontando a mio padre di grosse bevute con qualche compagno di scuola: lui ci credeva e ne era contento, e anch’io lo ero perché potevo fare qualcosa che mi piaceva davvero. L’odio mi stava abbandonando, e io mi sentivo più leggero.
Il nostro primo bacio accadde in uno di quei pomeriggi. Era il 21 marzo, stesso anno. La primavera stava arrivando anche in Germania, iniziavano aa sbocciare i fiori, tornavano i colori. Poggiai la mia borsa di tela dietro la scrivania e arricciai le labbra. «Quali sono i tuoi fiori preferiti, Noah?»
«Uhm, domanda difficile. Le orchidee, credo. I tuoi?»
«Le margherite. Le trovo belle per la loro semplicità.»
Erano quasi le nove di sera, non ero potuto andare via prima perché pioveva talmente forte che era da folli uscire da lì. Nonostante la primavera, il clima in Germania era già pazzo come lo è oggi.
Noah mi disse che potevo restare lì fino a orario di chiusura senza problemi e, giacché non aspettavo altro, tornai a leggere sulla poltroncina. Quel giorno lessi “Sogno di una notte di mezza estate”. Alle nove di sera, Noah girò il cartellino sulla porta del vetro. Invece di Willkommen c’era scritto träume süß!4. Pioveva ancora.
«Abiti molto lontano da qui?»
«Circa venti minuti con il bus, ma non so se con questo tempaccio ci sono ritardi…»
«Bel guaio, la pioggia. Riesce sempre a coglierci di sorpresa.»
Noah aveva poggiato la fronte contro il vetro: fissava le goccioline infrangersi contro la porta della libreria come se fosse un bambino. Una delle cose che ho sempre adorato di Noah era il suo sapersi emozionare di fronte alle piccole cose. Volevo capire come facesse: l’unica cosa che provavo io era rabbia, per tutto, tranne che per quei libri e per Noah. Guardando Noah incantato dalla pioggia, mi domandai perché la mia vita doveva essere così complicata: avrei voluto diventare una ragazza e poter diventare sua moglie. Quando mi resi conto del pensiero che avevo fatto, sgranai gli occhi.
«Tutto bene, Zarin?»
«Eh–uh, sì, sì, tutto bene… Stavo pensando che mio padre sarà in pensiero per me.»
«Io abito qui vicino. Ho un telefono a casa. Puoi venire con me e chiamarlo da lì.»
«Ah ehm… Sì, sì grazie, mi sembra un’ottima idea.»
Mio padre, il generale Wolfgang, mi diceva sempre di non fidarsi di nessuno, soprattutto delle persone che sembrano gentili: mi raccontava di assassini spietati, di persone disposte a tutto per derubare quelli più benestanti e altre milioni di disgrazie possibili. Ma di Noah mi fidavo a pelle. Forse era l’odore d’incenso e libri che si portava addosso.
Corremmo fino a casa sua nascosti sotto la sua giacca che usammo come ombrello improvvisato. Quando arrivammo sotto il portone di casa sua, realizzammo di essere completamente zuppi. Noah frugò nelle tasche del pantalone e trovò la chiave, così entrammo.
Casa sua era molto piccola. Io ero abituato al lusso della mia, mentre lui riusciva a vivere benissimo in un appartamento modesto in cui la cucina aveva anche la funzione di sala da pranzo. E si sentiva anche fortunato.
«È permesso?»
«Vieni, entra pure» rispose lui. Viveva da solo con sua nonna, un’anziana ma vispa signora, lei si chiamava Maya Levi. Quando entrai, la vidi in cucina: mi fissò con occhi sottili e io rabbrividii lungo la schiena.
«Buonasera, signora.»
«Buonasera…» La sentii poi rivolgersi a Noah in una strana lingua. Non era tedesco. Lui non rispose e mi accompagnò al telefono. Chiamai mio padre e gli dissi che non sarei tornato a casa, che ero fuori con un amico e ci saremmo fermati in una locanda, lui si raccomandò di divertirmi e agganciò. Non sembrava adirato come quando gli dicevo che ero passato in libreria. Le priorità degli uomini sono, talvolta, assurde. Ritornai in cucina e trovai la signora seduta vicino al tavolo a bere una tazza di te, invece Noah tagliuzzava delle verdure. Parlavano una strana lingua tra loro, ma avevo la sensazione parlassero di me. La signora mi fissò di nuovo, poi mi invitò a sedersi di fronte a lei ed io eseguii. Dalla tasca del suo grembiule tirò fuori delle carte carte colorate.
«Quale ti piace di più?»
«Quel– quella verde signora.»
«Il verde…» borbottò, e attirò la mia attenzione. «È il colore dell’amore cosmico, verso tutto il mondo, verso il genere umano» parlottava a bassa voce e dovevo tendere l’orecchio per ascoltarla, ma lei mi sorrise. Era lo stesso sorriso di Noah. «Benvenuto.»
Cenai con loro quella sera. C’era una bella atmosfera: non ricordavo di aver mai riso tanto in vita mia. A casa mia non era mai esistita un’atmosfera del genere, mi sentivo leggero. Sua nonna andò a dormire poco dopo cena, io seguii Noah in camera sua: stavamo cercando un pigiama per me e lui ne scavò uno di quando era più piccolo. Noah aveva venticinque anni ma supponevo fosse da sempre stato più alto di me. Quando mi presentai in camera sua col suo pigiama addosso lo trovai a torso nudo nell’atto di sfilarsi la camicia. Aveva un fisico asciutto e la sua pelle sembrava morbidissima, desiderai toccarla e mi ritrovai imbambolato a fissarlo. Mi capitava spesso con Noah. «Noah! Guarda, mi calza a pennello! No, a pennello no, forse un po’ largo, però insomma, mi va.»
Il nostro primo bacio successe in quegli attimi. Mi avvicinai a lui, contento e rilassato come non mai ed inciampai nei pantaloni troppo lunghi. Detti per scontato che sarei finito per terra, tant’è che strinsi gli occhi preparandomi al peggio… Invece mi ritrovai tra le sue braccia. Quando riaprii gli occhi vidi i suoi piantati nei miei. Arrossii. Ne ebbi la certezza perché sentivo le guance riscaldarsi.
A quei tempi non si poteva andare da qualcuno e dirgli “mi piaci” oppure baciarlo e basta, non era concesso tra eterosessuali figuriamoci tra due uomini. Ma io volevo baciarlo, volevo sfiorare le sue labbra e la sua pelle. Gli diedi un segnale e socchiusi gli occhi, sperando che non mi avrebbe denunciato alle autorità. Lo sentii titubante nell’avvicinarsi a me. Sentivo il suo respiro contro di me. Inclinai un po’ la testa. Le sue labbra erano morbide e inumidirono le mie con timidezza. Poggiai le mani sul suo petto nudo. I suoi capelli si erano confusi con i miei. Lui portò una mano sulla mia guancia. Quello fu il mio primo bacio. Non avevo mai baciato nessuno prima di lui, non avrei mai voluto baciare qualcun altro che non fosse lui.
Il giorno dopo, sulla scrivania nella sua libreria, trovai un vaso con delle margheritine.
Quello fu il giorno in cui mi innamorai.
Così capitò che per mesi io mi trovassi a passare in libreria e che per caso sbaciucchiassi il proprietario di nascosto. Noi ci raggomitolavamo al buio, nascosti come la carne sotto un doppio strato di epidermide e vestiti. Mi ricordo ancora il suo corpo che era in grado di nascondermi come una tenda opaca copre la vista di ciò che accade dietro una finestra. Ci sentivamo vivi. Volevamo sentirci così e lo eravamo solo quando ci prendevamo per mano.
Un giorno eravamo in libreria, gli stavo passando dei libri per aiutarlo a tenere in ordine poi entrarono loro. Due uomini in divisa. La campanella tintinnò. Noah mi guardò e bisbigliò: «Nasconditi. Qualsiasi cosa accada, nasconditi. Non uscire allo scoperto fino a quando non se ne sono andati. Queste sono le chiavi della mia libreria. Aspettami sotto casa, se dovessi far tardi. Non uscire. Resta nascosto.» Mi fissò con gli occhi gonfi di preoccupazione ed io annuii. Mi infilai nel ripostiglio e rimasi in ascolto.
«Buon pomeriggio, signori. Posso aiutarvi in qualche modo?»
«Devi seguirci in centrale.»
«Perché?»
«Impara a non fare domande. Se non ci segui, ti trascineremo via con la forza.»
Spiando dal buco della serratura, capii che quelle guardie stavano minacciando Noah con un’arma. Lui si mostrava tranquillo, lo sentii che diceva: «La mia era solo curiosità. Vengo subito con voi.»
Noah tornò a casa alle undici di sera. Io avevo telefonato mio padre dicendogli che non sarei tornato a casa, noncurante del fatto che potesse sembrare sospetto, e attesi insieme alla signora Levi. Lei era una persona gentile, non fu difficile capire da chi avesse preso Noah. La donna mi aveva preparato una tazza di tè bollente: era profumato e lo sorseggiai con piacere in sua compagnia. Ogni tanto piagnucolava mormorando: «Il mio piccolo Noah… Chissà cosa vogliono da lui… Gli avevo detto di stare attento… Non gli devono fare nulla, altrimenti io come faccio? Il mio piccolo Noah…»
Quando Noah tornò a casa, aveva la camicia rotta e sporca di sangue e un grosso livido sulla fronte. Sua nonna lo abbracciò e lo riempì di baci sulla guancia; in quei gesti affettuosi capii cosa significasse avere una famiglia. Con loro due capii che cosa significasse vivere per davvero.
Era circa l’una di notte, la signora Maya aveva preparato altro tè per Noah, mentre io terminavo di pulirgli le ferite con un panno umido di acqua bollente. Noah sembrava stoico, non emetteva neanche un lamento. Io al posto suo avrei gridato dal dolore e dalla rabbia, ma Noah bruciava dentro. Il suo cuore ardeva di disprezzo e sgomento verso chi gli aveva fatto quello.
«Dobbiamo stare attenti, Noah, dobbiamo andarcene… Non è più sicuro qui, dobbiamo andare in America, dobbiamo scappare… Non siamo al sicuro.»
Noah farfugliò qualcosa in una lingua che sembrava essere francese e abbassò lo sguardo; sua nonna scosse la testa e gli rispose nella sua stessa lingua, io non riuscivo a capire. Ma non m’interessava una traduzione, io volevo solo sapere perché Noah era stato picchiato così dalla polizia. Avrei voluto chiamare mio padre per dirglielo e far sì che si prendessero provvedimenti, ma lui mi vietò di farlo.
«Perché no? Gli dirò che sei mio amico! Non è giusto quello che ti hanno fatto!»
«Non lo è, ma possono farlo, perché la legge glielo permette. Non puoi chiamare tuo padre e dirgli “dei tuoi sottintendenti hanno fatto il loro dovere”.»
«Cosa..? Ma di che parli? Non c’è nessuna legge che dice di prendere a bastonate un libraio, o sbaglio?»
«Non i librai. Ma quelli come me.»
«Perché, che…?» Mi fermai. Pensai: intendeva forse “quelli come me, a cui piacciono gli uomini”? Non riuscivo a comprendere che in realtà le cose stessero peggio di così. «Ma noi siamo stati attenti, no? Non ci ha mai visto nessuno… Ti vedi anche con qualcun altro?» Nel mio stupido e immaturo egocentrismo pensai che lui avesse un altro cui dare baci, un altro da prendere per mano, e mi innervosii solo all’idea.
«Ma che dici, Zarin?» La sua espressione era sconvolta. «Come ti viene in mente? Non farei mai una cosa del genere, mai. È ben più complicato…»
«Di me ti puoi fidare.» Avevo capito che c’era qualcosa che mi nascondeva, e da moccioso quale ero pensavo che si trattasse di un amante. «Non mi devi nascondere niente, hai capito? Non mi devi nascondere niente! Voglio sapere tutto di te.» Non mi resi conto che con quelle parole potevo spaventarlo. Mio padre era il generale Wolfgang, impegnato mani e piedi in quell’operazione chiamata “pulizia”, ma io non sapevo cosa stesse succedendo davvero. O forse non volevo vederlo. «Anche io sono un ragazzo, e mi piaci tu, che sei un ragazzo, e non mi pare che sia andato a dirlo in giro, il tuo segreto è al sicuro con me. Ogni tuo segreto è un mio segreto, ogni mio segreto è un tuo segreto.»
Noah mi sorrise. Il suo era un sorriso dolce e mi diede un bacio.
Noah era ebreo. Era nato il 25 agosto del 1912 a Gerusalemme, sua madre si chiamava Nurit, ebrea anche lei, mentre suo padre era un marinaio cristiano che l’aveva messa incinta e poi era sparito. L’unico problema era che Nurit era già sposata con un altro uomo. Nella loro comunità, sua madre era chiamata Zonah mentre lui era un Mamzer, un figlio nato da una relazione proibita dalla loro cultura e religione, ma comunque ebreo per discendenza di sangue materno. Lui nasceva e già veniva additato come colpevole, come il bastardo e l’impuro. Lui non ricordava molto né di Gerusalemme né dei suoi genitori. Il marito di sua madre l’aveva uccisa qualche mese dopo la sua nascita: non poteva sopportare il peso dell’adulterio, la vergogna di crescere un figlio non suo. Le sparò un colpo e se ne sparò un altro da solo. Ne avrebbe sparato uno anche a Noah, se non fosse stato che la signora Maya si trovasse lì nel tentativo di fermare quello scempio. Ritrovandosi con sua figlia e suo genero morti, presa dallo sconforto e dal pianto di un Noah neonato, prese la decisione più difficile della sua vita: portò via il bambino e lasciò il paese prima che arrivasse l’alba. Arrivò in Germania e aprì una libreria. Educò lei stessa Noah: gli insegnò il loro alfabeto e quello tedesco, gli insegnò a leggere, a scrivere, e a essere sempre rispettoso e gentile, ma soprattutto gli aveva insegnato ad amare e a essere umile. Noah mi aveva raccontato la sua storia. Avevo capito perché quei poliziotti erano venuti a prenderlo e perché l’avevano maltrattato. Quando ebbe finito di raccontarmi la sua vita, tremai. Avevo paura. Non ero più sicuro di volerlo sapere. Non avevo nulla contro gli ebrei né contro le altre etnie: contrariamente da quanto odio ci insegnassero a scuola, io avevo finito per odiarli tutti. Ma Noah era diverso. Era Noah.
Iniziai a piangere senza rendermene conto. Piangevo perché Noah era nato nell’odio e nel sangue eppure era la persona più bella che avessi mai incontrato, perché aveva vissuto tante cose brutte eppure sorrideva, perché avevo paura me lo portassero via. Piansi tantissime lacrime, anche quando lui mi abbracciò. Io mi strinsi di più al suo corpo.
«Zarin… Non c’è bisogno di piangere, insomma, sono ancora vivo!»
«Non c’entra nulla! Piango perché mi dispiace che tu abbia subito tutto questo! Per me non sei un bastardo, sei la persona più bella che abbia mai conosciuto in vita mia! Non capisci niente! Piango perché non è giusto che sia capitato a te, e non è giusto che oggi quegli stronzi ti abbiano fatto del male!» Ricordo che parlandogli prendevo a pugni leggeri il suo petto. Lui mi ascoltò in silenzio e mi lasciò piangere quelle lacrime che lui stesso non aveva mai versato. Poggiò la mano sulla mia testa e mi scompigliò i capelli.
«Todà rabà» bisbigliò.
«Che significa?»
«Grazie.»
L’anno scolastico giunse al termine e io non riuscivo a trovare molte scuse per allontanarmi da casa e raggiungere Noah in libreria. Ogni tanto gli scrivevo delle lettere di nascosto, ma gli avevo chiesto di non rispondere. Quando potevo telefonargli lo facevo, ma non ero mai solo abbastanza tempo da avere una conversazione più lunga di “Come stai – sono vivo – anche io – mi manchi”. Ma il riuscire a sentire la sua voce anche solo per un istante mi riscaldava il cuore.
La prima volta che facemmo l’amore però, fu proprio d’estate. Accadde il 31 luglio. Certe date ti rimangono impresse dentro.
Noah aveva risparmiato tanto abbastanza da potersi comprare una piccola Volkswagen usata. Capitò che riuscii a raggiungere casa sua di mattina presto, avevo detto a mio padre che sarei rimasto da un amico per il fine settimana. Lui finse di crederci. Ricordo che fui così contento di rivedere Noah che mi fiondai ad abbracciarlo, senza curarmi del fatto che eravamo in pubblico, lui fece lo stesso.
«Dobbiamo festeggiare!» Noah era fatto così. Ogni minima cosa che riceveva (un cliente mai visto, una penna nuova, quando riuscivamo a vederci d’estate o trovare per pranzo le falafel appena cotte da sua nonna) doveva festeggiare. Diceva che la vita era troppo breve per rimandare quei pochi momenti di felicità. A quella frase c’era un solo modo di rispondere. «Cosa facciamo di bello, allora?»
«Andiamo al mare!»
«Al mare? Ma è lontanissimo, quanto tempo ci vuole?»
«Due ore e mezzo, mi sono informato. Che l’ho comprata a fare questa macchina, altrimenti?»
Ovviamente, quando lui proponeva qualcosa non c’era modo di dissuaderlo, si poteva soltanto dire «Va bene» e partire con lui. Tanto non ci si pentiva mai di assecondarlo.
L’unica che aveva il potere di dirgli “no” era sua nonna: la signora disse che il mare non le piaceva, ci preparò le falafel da portare con noi e anche dell’altro cibo. Sua nonna cucinava benissimo, molto meglio della cuoca che avevamo a casa. “Casa”. Chissà se ho mai creduto che quel palazzo nel quale sono cresciuto fosse veramente casa mia. Mi sentivo molto più a mio agio con Noah e la signora Maya. Quando mi diede una busta di tela che conteneva il nostro pranzo al sacco mi raccomandò di fare attenzione al suo nipotino, io le dissi di non preoccuparsi e la ringraziai per l’aver cucinato. «Todà rabà» le dissi con quello che doveva essere un accento terribile. Lei mi sorrise e mi accarezzò.
Fu una bella giornata. Ricordo che costruimmo dei castelli di sabbia e Noah provò a insegnarmi a nuotare, con scarsi risultati. L’immagine di Noah che usciva dal mare, con le goccioline d’acqua che dai capelli gli scivolavano sulla pelle dorata, il costume che aderendo al suo corpo ne disegnava le forme… Dio, era la cosa più eccitante che avessi mai visto. Diventai tutto rosso e mi stesi a pancia in giù sulla sabbia. Sentii qualcosa smuoversi sotto la pelle. Qualcosa che riaffiorava ogni volta che sfioravo Noah.
Tornammo a casa di sera, non ricordo molto del viaggio in auto perché mi addormentai e quando mi svegliai eravamo già arrivati a casa, lui aveva appena parcheggiato. Erano circa le nove di sera.
Ero steso a pancia in giù sul letto di Noah, indossavo solo della biancheria: faceva davvero caldo per poter mettere il pigiama, leggevo un libro, “I malavoglia”. Leggere mi portava ovunque nel mondo, mi sentivo senza confini. Noah entrò in camera con due tazze di tè freddo e si accomodò vicino a me. Respiravo il suo profumo e mi inebriava. Bevemmo del tè insieme e chiacchierammo a lume di candela. Ci stendemmo vicini, entrambi su un fianco e riuscivo a poggiare la fronte sul suo petto.
«Come si dice?»
«Cosa?»
«Buonanotte, nella tua lingua…»
«Layla tov. Si dice layla tov.»
Portai la mano destra sulla guancia di Noah e mi strinsi a lui in un tenero bacio.
«Ti amo.» Noah aveva piantato i suoi occhi nei miei. Avevo la sensazione che il mio cuore si fosse fermato al suono di quelle parole. Ricordo che volevo baciarlo di nuovo per fargli capire che lo amavo a mia volta. Quella sensazione di calore che sentivo nel mio cuore, sotto la mia pelle, nel mio cervello, in ogni fibra del mio corpo ogni volta che Noah mi parlava, mi sfiorava o mi guardava, doveva essere per forza amore.
All’età di diciotto anni e mezzo conobbi l’amore, si chiamava Noah.
Ci raggomitolammo sotto le coperte, spogliandoci non solo dei vestiti ma anche delle nostre inibizioni, tremarono anche le nostre ossa e ci scrollammo di dosso i pregiudizi. Il mondo fuori faceva schifo, ma noi non eravamo il mondo e per questo avevamo un prezzo da pagare.
Ricordo la sensazione delle labbra di Noah sfiorare il mio collo. Le mie mani intrappolate nei suoi capelli. Le sue mani accarezzarmi la pelle. La mia pelle sfregarsi contro la sua. Il suo odore rapire la mia mente. Le sue dita palpare e massaggiare le mie intimità. La sua eccitazione crescere sotto il mio tocco. Il mio respiro alterarsi, i miei gemiti. Quelli di Noah contro il mio orecchio. Percepivo il suo sesso penetrarmi e avevo solo voglia di urlare al mondo che lui era mio.
Le mie mani premevano sulla sua schiena. Faceva male. Mi eccitava. Faceva male. Mi eccitava. La mia mente era soggiogata dal suo prendermi e lasciarmi, dai suoi baci, dal suo respiro, dalle sue carezze, dai suoi morsetti. Respiravo il suo odore mescolato con il mio. Ascoltavo la sua voce calda bisbigliare al mio orecchio «Ti amo, Zarin. Ti amo.»
Quella notte dormimmo abbracciati, i nostri due corpicini erano avvolti da un lenzuolo. Io mi sentivo protetto, completo. Le braccia di Noah mi cingevano infondendomi la più tenera delle sensazioni: la felicità. Ero a casa.
Il mattino dopo sua nonna ci preparò la colazione. Ci guardò e sorrise. «Mazel tov!5» bofonchiò e ci servì una tazza di caffè.
Le cose con Noah sembravano andare bene e io ero sempre più intenzionato a dire a mio padre che avrei presto lasciato la sua casa. Il mio progetto era di abbandonare gli studi e andare a lavorare in libreria con Noah e vivere con lui e sua nonna. Noah sembrava contrario, diceva sempre: «Non dovresti abbandonare gli studi! Hai la possibilità di frequentare l’università e faresti bene a proseguirli!» ma io ero di tutt’altro parere. C’era tutto un mondo che non t’insegnavano in quelle scuole bigotte e su questo nessuno poteva contraddirmi.
Le giornate volavano una volta che ebbi ripreso la scuola, anche se spesso non trovavo Noah in libreria e lo aspettavo a casa quando potevo. Venivano sempre più controlli. Un giorno trovai la libreria chiusa e andai a trovare sua nonna. Quando salii, la trovai piangendo. La casa era in disordine.
«Signora Maya! Cos’è successo? Sta bene? Dov’è Noah?»
«L’hanno preso di nuovo.» La sua voce era strozzata dal pianto «Sono venuti anche qui. Stamattina hanno bruciato i nostri libri. Quel cumulo di cenere laggiù era il nostro Talmud. Volevano portare via anche me, Noah ha reagito e alla fine l’hanno portato via. Torna a casa, ragazzo. Torna a casa.»
«Resterò a farle compagnia, signora, fino a quando Noah non tornerà.»
Noah ritornò dopo tre giorni, io avevo finito le panzane da raccontare a mio padre, così fui costretto a tornare a casa. Mi accompagnò proprio Noah, anche se aveva la testa fasciata e borbottava frasi contro le guardie ogni volta che ne vedeva una ed io gli davo manforte. Mi lasciò fuori al cancello, per paura di essere visti non potei dargli un bacio per salutarlo, gli feci un cenno con la mano e salii a casa. Mio padre aveva visto dalla finestra.
«Di chi è quella macchina, Zarin?»
«Di un amico.»
«Lo stesso dal quale ti intrattieni le notti?»
«È un amico papà. Ha una sorella molto carina.»
«Non è carino che sia sempre tu ad andare a casa loro. Come si chiama questa ragazza?»
«Ehm, Angelica.»
«Mi piacerebbe conoscerla, anche a tua madre farebbe piacere. E vorrei incontrare anche i suoi genitori.»
«Ah, ehm, sì, ok.»
Mi ero cacciato in un bel guaio e non sapevo come uscirne. Di notte mi affacciai dalla finestra e vedevo una luna che brillava troppo e c’erano troppe stelle in cielo. Perché la luna brillava, anche se quello che c’era sotto non lo meritava?
Pensai a diverse possibilità: potevo dire a mio padre di essere omosessuale e finire in galera; dirgli che avevo litigato con quella ragazza oppure presentargli una ragazza. Il problema era che non conoscevo nessuna che avrebbe avuto il coraggio di mentire al generale Wolfgang. Ero proprio in un bel guaio, e non sapevo ancora che mio padre aveva già annotato il numero di targa dell’automobile di Noah.
Il giorno dopo andai da Noah, scrissi una lettera e la infilai in un libro che gli ritornai. C’erano due tizi in divisa che mi seguivano e pensai che mio padre si fosse già messo all’opera, quindi evitai di fermarmi troppo in libreria. Sentivo già la sua mancanza.
Il giorno dopo ancora, uscendo da scuola, trovai ad aspettarmi una splendida ragazza che si avvicinò a me, prendendomi sotto braccio. Fece ben attenzione a farsi vedere da quei due tizi in uniforme.
«Dimmi che tu sei Zarin e che io non ho fatto una brutta figura.»
«Sono io, sì… Tu chi sei?»
«Mi chiamo Alina. Noah mi ha detto che eri nei guai…» Aveva lo stesso sorriso contagioso di Noah, così copiai quell’espressione.
«Io non sono nei guai! Cioè– sono incasinato! Un po’!»
«Sei proprio nei guai» borbottò lei, fissandomi con aria severa. Aveva circa la mia età, ma c’era tanta vita dietro i suoi occhi azzurri. Alina. Conobbi così quella che sarebbe diventata la mia migliore amica. «Fino al collo.»
«Noah mi ha raccontato tutta la storia. Vieni, andiamo a casa sua.»
Alina era fuggita da Israele insieme alla sua famiglia, avevano tutti paura della guerra. Sua madre era ebrea come lei mentre suo padre era un protestante tedesco che lavorava alle poste. Arrivammo da Noah in circa un quarto d’ora. Sua nonna aveva cucinato i canapè fritti e del riso bianco. Alina salutò la signora Maya in un abbraccio e lo feci anch’io.
«Noah sta arrivando. Chiude sempre la libreria verso quest’ora qui, iniziate a sedervi.»
Noah aveva spesso tenuto compagnia ad Alina durante i suoi studi, per lui era come una sorellina minore, come una fetta di quella famiglia che non aveva mai avuto. Alina era diversa dalle altre ragazze: sembrava non avere inibizioni o pregiudizi mentre ballava con Noah canzoni inventate da lui, o quando diceva le parolacce in tutte le lingue che conosceva (ben tre: tedesco, ebraico e inglese). Alina era simpatica e solare. Noah poteva contare su di lei, infatti, decidemmo quando presentarci a casa mia per far conoscere “la mia fidanzata” a mio padre. Lo comunicai al generale Wolfgang e ci accordammo per domenica a pranzo. Gli dissi che lei sarebbe venuta con suo fratello perché i suoi avevano un impegno di lavoro e lui non fece una piega.
Una delle cose che ricordo di Noah è che lui ci sapeva fare. In tutto. Quando cuciva i vestiti rovinati dall’usura, quando cantava, quando ballava, quando cucinava ricette mai provate prima, quando i bambini piangevano nella sua libreria, quando doveva consigliare i libri da acquistare, quando si prendeva cura delle piante, quando faceva l’amore, quando era tenero, quando era con le persone: Noah ci sapeva fare. Sapeva farsi amare da tutti. Sono sicuro che sarebbe riuscito a farsi amare anche dal suo patrigno se ne avesse avuto la possibilità. Ho egoisticamente pensato che fosse una fortuna per me che lui fosse rimasto orfano, altrimenti non l’avrei mai incontrato. Ero un moccioso.
La domenica successiva Noah e Alina vennero a pranzo a casa mia. Alina era bellissima. Noah si era pettinato i capelli ribelli e indossava un completo elegante. Era magnifico, l’emblema della perfezione. M’innamorai ancora una volta di lui. Ricordo che non vidi mai prima di quella giornata mio padre ridere tanto durante una conversazione. Noah tirava fuori il meglio dalle persone: non so come faceva, ma sapeva cosa dire e quali tasti non toccare. Parlarono delle solite cose da “uomini”: lo sport, le automobili, le armi, le donne. Appuntai di chiedere a Noah come mai fosse tanto spigliato sul discorso donne. Anche a mio fratello Viktor piacque Noah: si intrattennero un po’ a giocare con delle macchinine di latta, mentre mia mamma e Alina (conosciuta come “Angelica” dai miei genitori) parlottavano di ricette e cucito.
Quando lasciarono casa, tutto tornò vuoto e silenzioso. Mi mancava già quel pazzo di Noah.
«Simpatico quel ragazzo. Immagino che gli fanno il filo molte ragazze.»
«Molte, non sa chi scegliere.»
«È proprio un bravo ragazzo. Anche Angelica sembra essere una brava ragazza. Si vede che la loro è una famiglia tedesca per bene, altro che questi stranieri che si intrufolano nella nostra società.»
Avrei voluto insultarlo, ma mi trattenni. Annuii e tornai in camera mia. Gli avrei volentieri tirato un calcio nel suo voluminoso sedere tedesco per fargli ingoiare quei suoi pomposi pregiudizi tedeschi.
A causa del mio essere cresciuto tra i vizi di una famiglia ben vista dalla società, ero convinto che nulla potesse rompere quell’equilibrio precario. Così per un paio d’anni le cose sembravano andare piuttosto bene. Avevo vent’anni, era il 1939. Dovevo entrare nell’esercito ma mi opposi. Non ricordo molto di quella notte, feci tutto in fretta e al buio. Ebbi una lite furiosa con mio padre e tornai in camera mia. Presi un sacco di tela e vi buttai dentro delle cose, un libro e qualche vestito. Sgattaiolai dalla finestra. Mio fratello mi vide ma fece finta di continuare a dormire.
Era notte fonda e mi ritrovai a vagare nella città vuota tranne che per qualche soldato di pattuglia. Mi mossi nell’oscurità come un ladro e andai a casa di Noah. Lui mi aprì la porta assonnato, ma leggevo negli occhi il terrore di vedermi lì a quell’ora insolita.
«Zarin, che ci fai qui a quest’ora?»
«Sono scappato di casa.»
«Sei impazzito?»
«No. Papà vuole farmi arruolare nell’esercito. Io non voglio. Devo nascondermi.»
«Lo sai, vero, che questo è il primo posto nel quale ti verranno a cercare?»
Noah aveva ragione. La mattina seguente Alina bussò alla porta di casa con una certa urgenza.
«Noah, devi venire subito di là. Sta salendo il padre di Zarin. Non so cosa sia successo, ma se non ci trova insieme non crederà più che siamo fratello e sorella.»
Io rimasi nascosto in casa di Noah con sua nonna, mentre Noah andò da Alina e parlò con mio padre fingendosi preoccupato per la mia scomparsa e gli disse di non avere idea di dove fossi. Inveì contro di me asserendo che mi ero approfittato della sua sorellina ed ero fuggito. Il generale Wolfgang se la bevve tutta e andò via dopo una tazza di tè.
Quella non fu l’unica tragedia che accadde in quella settimana. La dolce signora Maya morì il giovedì successivo. Una sera era andata a dormire molto presto perché le faceva male la testa e il mattino seguente non si era svegliata. Quello fu lo stesso giorno in cui bruciarono il resto dei testi sacri ebrei trovati in città. La popolazione ebraica iniziava a lasciare la Germania, alcune persone invece sparivano e basta. Nessuno sapeva – o, meglio, tutti fingevano di non capire cosa stava succedendo. Non ci fu un funerale per la signora Maya. Non in via ufficiale almeno, altrimenti saremmo morti tutti. Ricordo quei giorni con profonda tristezza.
Noah si occupò di lavare con un panno il corpo senza vita della signora e la vestì con dei tachrichim6. Mi spiegò che il lutto era prescritto solo per i parenti più stretti, ma io vedevo nella signora Maya anche mia nonna e dissi che avrei seguito quelle tradizioni a mia volta. Avvolgemmo la salma in un lenzuolo bianco e la poggiamo a terra, circondandola con delle candele a olio. Noah mi spiegò che sarebbero dovute restare sempre accese fino al momento della sepoltura. Coprimmo tutti gli specchi della stanza con delle lenzuola logorate. Durante quel rito, Noah praticò la krià, strappandosi il lato sinistro della camicia: per lui, la signora Maya, era un vero e proprio genitore. Anche Alina e la sua famiglia presero parte alla veglia per la nonna di Noah. La madre di Alina recitò dei salmi, parte in ebraico e parte in tedesco per farmi capire quello che veniva raccontato. Quella fase si chiamava Aninut che precedeva la sepoltura del corpo. Dopo iniziò l’Avelut. L’avelut si divideva in tre fasi: la prima fase si chiamava shiva, che durò sette giorni nei quali Noah non proferì quasi parola. Alina mi spiegò che durante questa fase, nessuno può parlare con la persona in lutto salvo che non sia lui a iniziare una conversazione. La seconda fase invece era chiamata shloshim, che durava trenta giorni, questo periodo vietava a Noah di sposarsi o partecipare a feste felici come matrimoni. In questi giorni Noah non poteva né radersi né tagliarsi i capelli. La terza e ultima frase si chiamava shneim asar chodesh, che durava dodici mesi dal giorno del decesso nei quali ogni sera doveva dedicare una preghiera alla defunta, pur potendo riprendere la sua vita di sempre.
Sarebbe andato tutto bene se non fosse stato per quelle maledette divise. Io, Noah, Alina e sua madre ci nascondemmo in una botola nascosta sotto al letto di Alina. Ci nascondemmo lì senza neanche respirare. Ricordo la paura e il battito cardiaco accelerato.
Decidemmo di partire per l’America, insieme alla famiglia di Alina. Noah recuperò una foto di sua nonna da portare con sé. Potevo solo immaginare il dolore che provava nel sapere che la signora Maya giaceva sotto un suolo che non la voleva.
Il padre di Alina conosceva un tizio che cercava di aiutare quelli come loro: ebrei, omosessuali, zingari, testimoni di Geova, polacchi. Tutti quelli che, insomma, non erano tedeschi puri.
Restammo nascosti a casa del signor William Pryce. Il signor Pryce aveva una piccola capanna circondata da terra. Vedevo solo terra da lì ma stringevo la mano di Noah nella mia. Ricordo che dormivo usando il petto di Noah come un cuscino, con lui che mi accarezzava la testa. Noah aveva i sensi di colpa. Ogni tanto piangeva e diceva che non avrebbe voluto trascinarmi in quella fuga disperata. Io lo abbracciavo. Io lo amavo. Che colpa aveva, quella di amarmi? Che colpa avevo, quella di amarlo?
Siamo stati nascosti nella terra del signor Pryce per una settimana, poiché ogni sette-otto giorni dovevamo spostarci per non lasciare tracce. La seconda settimana siamo stati ospitati dal signor Skeile. Il signor Skeile era più ostile rispetto al signor Pryce, ma ci offriva sempre il latte delle sue mucche. Lo aiutavamo nei campi. Il sole batteva forte sulla mia pelle e sentivo di poter affrontare tutto quello se il risultato fosse poter vivere con Noah per sempre.
La terza settimana ci ospitò il signor Kinley. Non sapevo più dove eravamo, ormai il mondo aveva perso i confini. A volte sbucava fuori un soldato e noi ci nascondevamo sugli alberi, in silenzio. Alina ci rammendava i vestiti con i peli che i cavalli perdevano dalla coda o dal crine. La mamma di Alina cucinava anche per il signor Kinley. Dormivamo nel fienile, di notte. Non era molto confortevole, ma almeno potevo sentire il calore di Noah vicino al mio corpo. Ogni tanto capitava che mi svegliassi di soprassalto e mi tranquillizzavo solo nel vedere che Noah era vivo accanto a me.
La sera prima di partire per il porto (l’unico modo che avevamo per raggiungere l’America, era via nave. Era più facile eludere la sorveglianza, e c’era sempre qualcuno ben disposto a farci salire in cambio di una cospicua somma di denaro) facemmo l’amore nel fienile. Non avevo idea fosse l’ultima volta che avrei fatto l’amore con Noah. Più la gente ci odiava, più noi ci amavamo: avevamo alimentato il nostro amore con il loro odio e la loro inettitudine. C’eravamo lasciati travolgere dalle nostre emozioni e abbiamo lasciato che gli altri sapessero quanto eravamo trascinati in quel vortice d’amore e coraggio. Eravamo vivi come un fuoco ardente, eravamo veri come il sole che sorge ogni mattina. Ci amavamo, cazzo. Cosa c’era di sbagliato in tutto quell’amore?
Il giorno dopo quell’infame del signor Kinley ci lasciò al porto. Ricordo Noah masticare una foglia di tabacco mentre un filo di luce gli illuminava i capelli ribelli. Strinsi la sua mano nella mia.
«Ti amo, Noah. Promettimi che andrà tutto bene.»
«Tra qualche giorno saremo in America, in una bella casa, con un bel giardino e tantissime margherite profumate.»
«Me lo prometti?»
«Te lo prometto.»
Quella fu l’ultima volta che avevo visto il sorriso di Noah. Appena scendemmo dal carro, ci trovammo di fronte dieci uomini armati. Il primo che presero fu Noah. Cercai di liberarlo ma il mio tentativo fu vano. Mi diedero un colpo dietro la testa. Vidi del sangue sul suo volto, sentivo la sua voce in lontananza.
«Vai in America» gridava, «fuggi, vai in America, ci vediamo a New York!» Non ricordo molto perché a causa del dolore lancinante dietro la nuca tendevo a vedere tutto sfocato.
Ricordo i pianti e le urla. Alina e la sua famiglia riuscirono, tra le lacrime, a salire su quella nave perché Noah li fece nascondere dietro a una cassa di pesce e dei marinai americani li fecero accomodare all’interno. Presero Noah: ebbi la vaga impressione che fossero lì proprio per lui e per me.
Non lo vidi più. Sapevo dove l’avevano portato. Io, invece, fui condotto nella mia cittadina e incontrai mio padre al commissariato. Era una stanza anonima dalle pareti grigie sporche di resistenza. La voce del generale rimbombava all’interno.
«Portami da Noah. Voglio andare dove sta Noah.»
«Credevi di prendermi per il culo, stronzetto? Secondo te non l’avevo capito che ti nascondevi a casa di quel frocio ebreo?»
«Non rivolgerti a lui con quel tono, bastardo! Tu non hai la minima idea di cosa significa vivere, io l’ho imparato grazie a lui e-» Fui interrotto da dei suoi ripetuti pugni. Non si sprecò a usare un manganello, voleva rovinarmi con le sue stesse mani.
«Frocio» mi ripeteva continuamente in tono dispregiativo, mentre io mi sentivo denudato della mia libertà e dell’amore che provavo per Noah.
Quando fui sufficientemente sanguinante e indolenzito, mi spedì in prigione. Disse agli altri che potevano divertirsi con me in tutti i modi che preferivano dal momento che ero un traditore del sangue puro. Gli altri lo presero in parola.
Ricordo che usavano il mio corpo come quello di una prostituta. Ricordo i soprusi di uomini repressi, le violenze, le lacrime.
Ero rintanato in un angolo ogni notte, mi asciugavo gli occhi con il dorso della mano. Fui spogliato dai miei vestiti, ero nudo e infreddolito su un materasso lurido e sporco di sangue e umori. Fissavo le sbarre e speravo che Noah arrivasse come un eroe a portarmi via.
Noah non arrivava mai. Non arrivò mai.
Io non potevo ancora sapere cosa era accaduto davvero al mio Noah. Potevo solo immaginarlo e, nonostante temessi il peggio, il peggio in realtà era ancora più devastante.
Fu mio padre a parlargli. Insomma, immaginatevi un generale tedesco che scopre che colui che si era presentato come un “tedesco fratello di Angelica” era in realtà un ebreo omosessuale fidanzato con suo figlio. Noah fu spedito direttamente ai campi, solo dopo che mio padre gli aveva spezzato le gambe per non renderlo idoneo ai lavori ai campi. Io lo aspettavo, e lui invece…
Nel 1944 fui portato ad Auschwitz. Mi aveva accompagnato proprio il generale Wolfgang in persona. Mi sputò in faccia prima di affidarmi a delle altre guardie, dopo avermi spiegato per filo e per segno come aveva ridotto Noah. Avevo perso il conto delle persone che avevano violato il mio corpo, che mi avevano sputato addosso, che mi avevano ferito a sangue. Tutte le volte piangevo perché mi sentivo sporco, come se avessi tradito Noah.
Nel campo la vita non era diversa. Ad approfittarsi di me non erano solo quelli più rozzi e incivili, ma anche le guardie. Stupidi vigliacchi. Nascondevano la loro indole omosessuale sfogando su di me la loro repressione dopo aver preso moglie e concepito dei figli. Ricordo la violenza incessante con la quale ferivano il mio corpo come mille lame. Ogni volta mi sentivo sudicio e infranto come il mio cuore e come la speranza di vedere Noah.
Nel campo conobbi un ragazzo, il suo nome era Luigi. Era ebreo anche lui, nato in Italia. Luigi lavorava in una panetteria in Italia prima di finire ad Auschwitz, ogni tanto parlavamo prima di andare a dormire. Lui mi teneva compagnia e stringemmo amicizia. Così, quando ogni tanto ci davano un tozzo di pane raffermo, io immaginavo che fosse pane appena uscito dai forni a legna di cui mi parlava Luigi in un tedesco stentato. Chiudevo gli occhi e sentivo l’odore del pane fresco, il parlottare delle casalinghe che facevano la spesa, il campanello della libreria di Noah. Anche Luigi era stato acciuffato mentre cercava di partire per l’America. Diceva che alcuni ce l’avevano fatta. Io pregavo per Alina e la sua famiglia. Pregavo per Noah. Pregavo per la signora Maya. Ricordo che quando cercavo di oppormi, o quando non lo facevo, o quando cadevo e mi facevo male durante i lavori, trovavano sempre un modo per punirmi.
Sono stato umiliato, sfruttato, maltrattato. Ho visto le pene dell’inferno solo perché amavo un uomo. Un uomo che stava subendo le stesse cose solo perché amava me e il loro stesso Dio, ma ci credeva in maniera diversa. Ricordo che volevo cedere. Però c’era Luigi che mi aspettava sveglio come un cane da guardia aspetta il padrone. Voleva accertarsi sempre che fossi vivo. La speranza, in quei pochi attimi, s’accendeva come quando, nei terreni del signor Pryce, appassivano le margherite e Noah mi faceva notare che erano appena fruttati i meli.
Ad Auschwitz vidi cose che non potevo neanche immaginare nelle fantasie deviate di coloro che abusavano di me. Eravamo marchiati a fuoco. Ci costringevano a lavori da bestie da soma e quando ci facevamo male ci mandavano a fare la doccia nelle camere a gas. Quelli che andavano, non tornavano mai.
Luigi era sposato con Cinzia, secondo lui la più bella ragazza che un uomo potesse mai desiderare. Io gli dissi che amavo Noah. Lui non disse nulla, non ebbe pregiudizi. Luigi mi ascoltava ed io ascoltavo lui. Mi disse che l’amore è bello da qualunque parte proviene e che amare non è mai un reato.
Quando arrivammo, ci privarono di tutti i nostri effetti. Luigi mi raccontava che lui aveva ingoiato la fede che portava al dito in segno dell’unione con Cinzia. Insomma, l’aveva ingoiata per non farsela portare via. Poi aveva cercato tra le sue feci per ritrovarla. La sciacquava con l’acqua che ci davano da bere e quando venivano le nuove ispezioni l’ingoiava di nuovo. Era una cosa immensamente schifosa, tenera e disperata. Pensai che avrei voluto anch’io ingoiare un pezzo di Noah da tenere sempre con me, ma di Noah l’unica cosa che avevo era un libro che avevo lasciato nella borsa di Alina.
Il 26 gennaio del 1945 mi ruppi un braccio. Da giorni sentivo le persone borbottare di salvezza. C’erano docce sempre più frequenti. Luigi mi suggerì di nascondermi.
«Che stanno dicendo, Zarin? Uè, che sta dicendo?»
«Shh! Abbassa la voce, Luigi! Non sono riuscito a sentire bene… Borbottavano di una perdita, di un impero finito, di fare piazza pulita. Restiamo nascosti, Luigi, presto potrai rivedere la tua Cinzia se stai un po’ zitto!»
Lui annuì. «Spero che anche tu possa ritrovare il tuo Noah…»
Luigi era sincero, parlava sempre con il cuore in mano. Gli sorrisi e lui sorrise a me.
Il 27 gennaio 1945 uscimmo all’avanscoperta. Vedemmo dei soldati senza una svastica sulla divisa. Ci videro anche loro. Luigi e io iniziammo a correre all’impazzata. Correvano anche loro.
«Please, don’t run! Don’t run! We aren’t going to hurt you! Please! Stay here! Please! We’re here to save you! Hey, you two!»
Ci scovarono. Tremavamo come due foglie. Il soldato aveva un elmetto verde militare, rigido, e un fucile sulle spalle.
«Are you ok? Your arm is bleeding…»
«Che sta dicendo questo tizio, Luigi?»
«Ahh, questo è inglese! Mio zio è in America, qualcosa la so! Aspetta aspetta… Ehm… I… Me… We, ecco, we are ehm… We are…»
«Free! You are free! Come with us!»
«Free? We are free? Liberi? »
«Yes, free! Liberi, free! Come on!»
«COME ON!»
Luigi saltò dalla gioia e mi abbracciò. Anch’io piansi di felicità e ricambiai la stretta. Eravamo free, qualunque cosa significasse eravamo fuori da lì.
«Where are you going?» domandò il soldato, «You can follow your dreams now, where are you travelling?»
«America» dissi io, alzando lo sguardo verso il cielo. «New York.»
Luigi non poteva fare altro che urlare: «Cinzia, sto tornando da te amore mio!» E saltava seguendo quel soldato. Si strappò quel camice a righe da dosso, la sua voce strepitava. Io guardavo il cielo e sorridevo.
«Todà rabà, signora Maya.» Sorrisi. Ora dovevo raggiungere Alina e Noah.
Quel giorno capì cosa significasse essere liberi. Avevo tanta vita dentro e tanta altra da vivere.
Shalom, Noah.
Quando io e Zarin facemmo l’amore nel fienile del signor Kinley avevo paura di perdere la mia ragione di vita. Non che fossi un tipo ansioso o previdente (anzi, dal momento in cui mia nonna mi ricordava di dover portare l’ombrello quando stava per piovere e di mettermi i calzini di lana d’inverno, direi il contrario) ma c’era qualcosa dentro di me, come una voce, come un sussurro biasciato che mi teneva sveglio. La porta del fienile era socchiusa e mi alzai per chiuderla, poi notai che Alina era lì fuori a guardare la luna. Sapevo cosa fare. Mi dovevo fidare di lei.
[…] La vita nei campi era davvero dura e con due arti fuori uso lo era ancora di più. Sono stato portato qui pochi giorni dopo l’episodio del porto senza sapere se essere vivo fosse un dono prezioso oppure una maledizione. In poco tempo avevo perso tutto: mia nonna Maya, il mio fidanzato, la mia migliore amica, la mia libreria, i miei sogni e la mia identità. Quando vivi una giornata in cui sei trattato come una bestia malata di colera, quando sei costretto ad andare in bagno in un prato e a pulirti il sedere con l’erba cocente e già sporca, quando non puoi neanche sollevare lo sguardo al cielo per un secondo senza beccarti frustate o punizioni, non sembra neanche qualcosa degna di essere chiamata vita ma un disperato tentativo di sopravvivenza.
[…] Ho conosciuto molte persone nell’arco della mia vita, alcune buone altre meno, alcune ebree altre no, alcune belle altre brutte, avevo visto molti posti, avevo viaggiato, avevo lottato per rinascere dopo la morte dei miei genitori e l’unica cosa che avevo ottenuto era stata una condanna perché appartengo a una razza impura, perché sono malato di omosessualità.
Il mio pensiero va sempre a Zarin, perché lo sento nel mio cuore che è vivo e che mi ama ancora, e mi chiedo se perdonerà questa mia assenza nella sua vita, se supererà il fatto che la mia presenza nella sua l’ha portato a questa sofferenza, se capirà il mio non voler più resistere. Su questa branda che dividiamo in tre, con lo sguardo perso nel vuoto, mi chiedo solo se il mio patrigno avesse ragione a pensare di uccidermi. Fin dall’infanzia, così come ora, io stesso ero considerato solo un peccatore.
Perdonami Zarin. Perdonami. Shalom. Un giorno ci incontreremo di nuovo e io sarò aria fresca. Cercami nella pioggia imprevista o nel profumo delle margherite fresche. Ritrovami tra le pagine che hai sfogliato quando ci siamo incontrati la prima volta, immerso nel fumo dell’incenso appena acceso. Mazel tov.
Shalom, Zarin.
Non avrei mai pensato che New York fosse tanto grande. Ricordo che all’inizio del mio tempo qui, quando ormai avevo ventisei anni, vivevo in una casa popolare e dividevo la stanza con una ragazza di nome Yolanda. Lavoravo come lavapiatti in un ristorante italiano e ogni tanto parlavo quella lingua con i proprietari. Me l’aveva insegnata Luigi al campo, quando era notte e non ci ascoltava nessuno. Nei giorni liberi cercavo una traccia di Noah. Aspettavo un segno. La signora Maya mi aveva detto che tutto nella vita era scritto, com’era destino ch’io appartenessi a Noah.
Quel segno arrivò. Era un altro 15 gennaio e iniziò a grandinare talmente tanto che fui costretto a rifugiarmi in un piccolo negozio nel quartiere in cui abitavo. Il negozio si chiamava Traumverkäufer. Sbiancai.
Era una libreria dall’aspetto antico, con una scrivania di legno decorata da una lampada a olio e un vasetto di margherite. Profumava d’incenso e libri. Chiusi gli occhi e respirai l’odore di Noah.
«Buongiorno signore, posso aiutarla?» A parlare era stata una bambina. «Signore?»
«Maya, che cosa stai– Mi scusi, mia figlia è un po’–» La donna sollevò lo sguardo verso di me. Avevamo lo sguardo segnato dalla vita, ma non potevamo non riconoscerci. «…Zarin? Sei proprio tu?»
«Alina? Oddio…» Scoppiai a piangere mentre scavalcavo la scrivania per abbracciarla. Piangemmo entrambi per qualche minuto buono. Sentivo di aver trovato un altro pezzo di me. «Alina come stai? È tua figlia? L’hai chiamata Maya, come la nonna di Noah… A proposito, Noah? Oh, Alina, sei viva!»
Mi raccontò tutto. Chiuse il negozio e m’invitò a casa sua, al piano superiore. La bambina giocava con un paio di bambole di pezza. Io e lei sorseggiavamo caffè nero.
«Prima di lasciare il fienile del signor Kinley, Noah mi affidò la foto di sua nonna e una foto che ritraeva voi due. Mi disse: “tu sei una donna, Alina, sei più forte”. Non riuscivo a capire il suo discorso. Aggiunse: “verranno a prendermi e, quando lo faranno, io e Zarin non avremo scampo. Ma tu, Alina, tu ce la farai. Sei forte. Sei in gamba. Io no. Promettimi una cosa: fuggi in America, Alina. Con questi soldi metti su una libreria. Nascondi queste foto nel libro giusto. Apri una libreria, chiamala come la mia. Sarà un punto di riferimento. Ci incontreremo tutti lì, un giorno. Metti sempre delle margherite fresche sul bancone. Zarin capirà che è nel posto giusto. Accendi dell’incenso alla mela per me. Alina, sii forte. Promettimelo” ed io glielo promisi. Quando mi hai dato quel libro, quella stessa mattina, capii dove nascondere quelle foto. Ho controllato tutti i nomi dei sopravvissuti che sono stati pubblicati sui giornali… Ho visto “Zarin Levi” e ho pensato subito fossi tu. Non poteva essere nessun altro. Ma nessun Noah Levi. Nessuno. Penso che Noah non ci sia riuscito, Zarin. Credo sia morto lì. In uno di quei campi.» Alina si alzò e tornò in salotto qualche istante dopo. Portava con sé un libro con una copertina sgualcita, rossa, e il titolo risplendeva a caratteri dorati.
«”Orgoglio e pregiudizio”» lessi e scoppiai a piangere. Aprii il libro: dentro c’erano le due foto di cui parlava Alina. La signora Maya sembrava sorridere mentre mi diceva “Benvenuto”, come il primo giorno in cui misi piede in casa sua. Nell’altra io e Noah ci guardavamo. Giurai che mi dicesse “ti amo” nel suo tono caldo e suadente, giurai di aver sentito la sua voce bisbigliare contro il mio orecchio, di sentire la montatura fredda dei suoi occhiali sfiorarmi la guancia.
Lasciai casa di Alina dopo cena. Pioveva ancora. Chiusi gli occhi e lasciai che l’acqua che cadeva dal cielo inumidisse la mia pelle.
«Ahh, la pioggia» Mormorò un uomo coprendomi con l’ombrello. Sorrisi. Quella pioggia improvvisa, così come quella del giorno in cui io e Noah ci scambiammo il nostro primo bacio, era un segno del destino.
«Riesce sempre a– » Feci per parlare ma lui concluse la frase al posto mio.
«A coglierci di sorpresa. Abita molto lontano da qui? La accompagno a casa.»
Conobbi così Jacob. Jacob è una brava persona e mi vuole davvero bene. Viviamo in una casetta normale in un bel quartiere della Florida. Abbiamo un giardino e ho deciso di piantarci un cespuglio di margherite.
Quindi Noah, ora che la storia è finita, volevo dirti solo una cosa: mi hai insegnato a tirare fuori tutto l’odio che avevo. Mi hai insegnato a combatterlo con l’amore e il coraggio. Nella tenuta del signor Pryce, in quelli di Skeile, nei fienili di Kinley, mi hai insegnato la forza d’animo. Mi hai fatto vedere che anche nei tempi più cupi può splendere il sole e che si possono vedere margherite tutti i giorni. E anche se le margherite si seccano, ne sbocceranno delle nuove e così ancora, perché questo è il ciclo della vita.
Ora che non sei più qui, grazie alle cose che mi hai insegnato, ti sento vicino ogni volta che accendo un bastoncino d’incenso, o che decido di comprare un libro, ogni volta che la pioggia cade senza preavviso.
Non sei solo stato il mio amore, ma il mio mentore, la mia guida, il sole intorno al quale gira la mia terra.
Todà rabà Noah, e ovunque tu sia… Mazel tov.
Note a margine:
1:Traumverkäufer – venditore di sogni.
2: Willkommen – benvenuti.
3: danke, danke – grazie, grazie.
4: träume süß! – sogni d’oro.
5: Mazel tov! – auguri, congratulazioni.
6: tachrichim – abiti di lino bianchi con cui gli ebrei vestono i defunti prima della sepoltura.
Marialuisa Marchetiello è nata a Torre del Greco, ma si definisce cittadina del mondo. Ha vissuto a Londra, Napoli, Greifswald e attualmente vive e lavora a Brema. È diplomata e ha un master in Graphic Design, ma svolge la professione di agente di viaggio. Insomma, la sua testa è sempre tra le nuvole.
