Un racconto di Marialuisa Marchetiello
28 febbraio.
Pensano che io mi possa dimenticare di te. Lo credono sul serio. Loro sono dell’idea che la mia, la nostra, sia una storia perversa nata dalle fiamme dell’inferno, e che questa malattia possa essere curata da qualche bagno di ghiaccio.
Zacinto mio, io ricordo ancora tutto. Ho così tanta paura di dimenticare quello che sono, quello che ero, quello che vivevamo, e allora scrivo su questa carta lercia quello che vorrei dirti. Un giorno di me non ti resteranno altro che queste parole confuse, scritte con un inchiostro scadente su un foglio di carta arrabattato.
Mi hanno detto che non sei più su questo mondo, ma io non credo alle parole di simili menzogneri, e mi sfiora sovente il pensiero che tu possa ancora avere memoria di me. Nel mio cuore sento che il tuo respiro vibra ancora, che la notte il tuo pensiero cerca il mio. Per questo ci incontriamo in sogno ogni volta che chiudo gli occhi. Solo così posso abbracciarti, percepire il tuo calore, ascoltare il melodioso suono della tua voce.
Non so quanto tempo sia trascorso.
Da quando sono rinchiuso qui le ore hanno stabilito un modo strano di scorrere. A volte mi corico che è giorno e volano via troppi minuti prima che possa cadere di nuovo tra le braccia di Morfeo.
Non so cosa mi stiano facendo.
Scrivere lettere che nessuno ti spedirà, che nessuno scoprirà, che giaceranno nascoste sotto al materasso sconquassato, è l’unica cosa che mi fa sentire vivo.
Stanotte ho sognato il mare. Eravamo a Zante, l’isola di cui tu porti il nome, e ora che sono lucido (o forse no) ricordo di quella volta in cui, forti di una spensieratezza che non ci appartiene più, ci siamo bagnati con la forza delle onde.
È vera questa cosa?
È accaduta sul serio o è solo un ricordo comandato da queste scosse che mi elettrizzano il cuore e mi bruciano la pelle? Per me è vera, e tanto mi basta. Se chiudo gli occhi riesco ancora a percepire il profumo pungente della salsedine che mi pizzica il naso, a vedere i tuoi occhi vibrare sotto i raggi del sole, a sentire la tua voce che accarezza soave le orecchie dei granchi. Se è falso perché ho questi dettagli impressi nella mia mente? Non sarei capace di inventarli, non sono un romanziere, non ho fantasia né voglia di sognare.
Zacinto, esisti?
Sei mai esistito?
Tuo, Jacopo
*
5 marzo.
La mia memoria inizia a vacillare, non so dove finiscono i ricordi e quando iniziano le fantasie. Guardo fuori dalla finestra e il buio ha rubato il posto alla luce. Dormono tutti. Se non fosse per un uomo che ulula alla luna potrei dire che la tempesta è finita, ma dentro di me arde il fuoco della rabbia, bruciano le fiamme della paura, ruggisce il mio animo da guerriero.
Ho sognato di nuovo il mare e c’eri tu anche stavolta. Sorridevi, e le onde avevano timore di bagnarti i piedi; per questo, si fermavano prima di sfiorare il tuo corpo minuto. Ripenso alla vastità di blu sulla quale mi ero concentrato pur di non guardarti. I miei occhi, avidi e peccatori, gridavano di volersi posare sulla tua pelle esposta e io pensavo. Pensavo…
Ti aspetto in questo posto austero, solo, e vorrei che ti presentassi qui. Non accadrà, lo so. Non sei mai venuto a trovarmi da quando mi hanno rinchiuso qui.
Hai smesso di combattere?
Hai smesso di cercarmi?
Sai, Zacinto, all’inizio ero convinto che ti fosse successo qualcosa, che qualcuno ti avesse fermato o costretto a ritrattare sulla tua condizione, che ti avesse fatto credere di essere uguale a loro. Non sarai mai come tutti gli altri.
Tu, Zacinto, sei il profumo di salsedine, sei la tempesta che turba la mia quiete. Sei lo scintillio che ravviva l’acqua al tramonto, sei il mare e sei anche un po’ Ulisse. Come lui, ti sei perso nelle acque agitate. Tra demoni, streghe e sirene, chissà se tornerai mai da me che, così come Penelope, aspetto il tuo ritorno. Non ti preoccupare, non cancello le tue tracce dal mio corpo, non ci sono Proci, né li vorrei. Ma sono un uomo e sono carne, e ti cerco. Lo faccio quando sono solo, quando sono sicuro che nessuno sia nei paraggi. Le mie mani ruvide non potranno mai sostituire la morbidezza delle tue. Devo smettere di tessere la mia tela di parole vuote?
Tuo, Jacopo
*
20 marzo.
Questo pezzo di carta è l’unica cosa al mondo a cui posso ancora confidare i miei pensieri, a cui posso confessare il mio dolore, a cui posso dire senza vergogna quante lacrime verso.
Dove sei, Zacinto? Cerchi ancora la pace? Ti sei ritrovato?
Io ti invoco e vorrei trovarti, ma qui non c’è acqua, non c’è mare e tu, neanche tu ci sei.
Eppure, Zacinto, un attimo sei davanti agli occhi miei e ridi beato e poi, dopo, ti vedo svanire in una candida luce bianca.
Ti ricordi ancora di me?
Dove sei?
Mi sento trascinare via, urlo ma non ho voce, io non ho più voce. Non esce suono alcuno dalla mia bocca e la penna trema, come vibrerebbe la mia lingua se ti avessi davanti. Ricordo il nostro primo bacio e le mani che, stanche di essere martoriate dalla paura, avevano trovato quiete intrecciandosi. Qualcosa ci ha legato, l’ho sentito, l’ho visto. Ma era normale, è normale, che eravamo, che siamo, due uomini attratti l’uno dall’altro?
È una malattia così come dicono?
Perché l’amore dovrebbe essere una malattia, Zacinto? Semmai è la cura alle pene dell’animo umano, è la fiducia nell’abbandonarsi all’altro, è la voglia di tenersi nonostante le difficoltà, è la capacità d’intrecciare le mani e guardarsi negli occhi.
Le mie memorie aleggiano confuse su questo foglio e io attendo.
Te.
Tuo, Jacopo
*
02 aprile.
Oggi non ho forza. Non ho neanche mangiato, faccio fatica a impugnare le posate. Stamattina mi sono guardato allo specchio e i miei capelli sono luridi, pieni di polvere, grasso e chissà che altro; la mia pelle è piena di macchie viola e verdi e mi faccio schifo e non voglio mangiare, respirare o vivere (se non ci sei più tu).
Chi sei davvero, Zacinto? Il frutto proibito della mia fantasia perversa?
Un tempo sono stato un bel giovane e non so se si parla di anni, mesi, settimane, giorni, ma sembrano passati secoli e i miei occhi sono opachi, e non so più chi sono. Gli alberi fioriscono, ma è autunno nel mio cuore; i miei occhi non vedono più, il mio cuore non batte più.
Ho un nuovo compagno di stanza e si chiama Lorenzo, lui non parla mai. Ogni tanto annuisce o storce il naso, apre la finestra tutte le mattine alla stessa ora e la richiude quando lo chiamano per pranzo. Non ho molta voglia di parlare o fare amicizia, quindi la sua muta presenza non mi disturba. Non sa leggere ma di tanto in tanto copia le lettere, solo le vocali, e le decora con fiori, linee e macchie d’inchiostro. Lui sbircia sulle mie carte ma non ho paura che legga.
Forse ha la tua età, o l’età che mi ricordo tu avevi quando mi hanno chiuso qui, e io sono rincuorato che tu non ci sia in questo posto freddo, che tu non sia Lorenzo.
Qui non arriva neanche il sole.
Avevo tante speranze, la prima era quella di uscire di qui e la seconda quella di trovarti.
Adesso vorrei solo provare qualcosa.
Tuo, Jacopo
*
20 aprile.
Non so quante volte ancora riuscirò a scriverti. No, non per mia volontà; Zacinto, non ti abbandonerei mai, e t’assicuro che il mio cuore sarà tuo fino al mio ultimo respiro. L’inchiostro, però, sta per esaurirsi. Mi sono chiesto se non fossero le ultime resta di qualcuno che era stato qui prima di me, se questo fosse stato un dannato come me o se la sorte con lui sia stata più clemente. Non mi hanno detto chi era, né hanno risposto alla mia richiesta per una nuova boccetta.
Non mi importa, in realtà. Non ho molto da dire.
Non riesco a provare rabbia, gioia, tristezza, paura: mi rendo conto che sono il fantasma di me stesso, e non provo niente. La vita mi passa attraverso e io mi assopisco e affogo in questo mare sporco di sangue e deiezioni. Stanotte Lorenzo doveva andare al bagno, qui non abbiamo un vaso da notte. Ha chiamato gli infermieri, con dei rumorosi gesti delle mani, come è solito fare. Loro lo hanno guardato dalla finestrella e hanno riso, senza farlo uscire. Lorenzo ha iniziato a urlare vocali sconnesse, come se non sapesse pronunciare altre lettere o parole, e loro ridevano. Alla fine se l’è fatta addosso, povero giovanotto, e loro sono entrati e lo hanno deriso ancora.
Avrei dovuto provare rabbia, disgusto. Lo avrei fatto, se fossi ancora io. Invece sono rimasto a guardare il vuoto.
Dovrebbero chiudere tutti questi posti in cui i reietti come me e Lorenzo vengono rinchiusi e torturati per il bene della società “normale”.
Oggi piove, piove sul mio volto ogni volta che realizzo di essermi perso, di averti perso, di aver perso.
Ho perso.
La pioggia cade.
Lorenzo non parla più.
Tuo, Jacopo
*
9 maggio.
L’avanzare del caldo e l’attività frenetica di queste zanzare non mi concilia il sonno. Non so come faccia Lorenzo a dormire in ogni situazione, devo ammettere che lo invidio: io non riesco a chiudere occhio.
Il mio pensiero va a cose che non ci sono più, come il rumore delle onde del mare che si infrangono contro la roccia, il profumo del caffè che si espande in tutta la casa, le voci dei bambini che giocano in cortile…
A volte mi sovvengono quei momenti di spensieratezza che vivevamo insieme; sembra tutto così lontano e distante, il suono delle tue risate arriva ovattato alle mie orecchie mentre una luce strana e innaturale spezza il buio della notte.
Vorrei avere una finestra per guardare fuori e vedere come si è presentata la primavera quest’anno. Mi ricordo di fiori colorati che attraevano le api e la sensazione dei primi raggi di un sole timido e fresco di riposo sfiorarmi la pelle.
Era un giorno di primavera quello in cui ti ho incontrato, Zacinto mio. Tra i fiori che sbocciavano, eri quello più bello.
Ah, quanto avrei voluto annusare il tuo profumo un’altra volta per dar pace al mio animo perennemente in tempesta. Io ardo, Zacinto, e bruciano con me le parole che non arriverò mai a dirti.
Per adesso, ho solo voglia di chiudere gli occhi e né più mai pensare.
Tuo, Jacopo
Marialuisa Marchetiello è nata a Torre del Greco, ma si definisce cittadina del mondo. Ha vissuto a Londra, Napoli, Greifswald e attualmente vive e lavora a Brema. È diplomata e ha un master in Graphic Design, ma svolge la professione di agente di viaggio. Insomma, la sua testa è sempre tra le nuvole.
