Una short story di Chantal Salvinelli
Quando lui apparve, tutto si fece chiaro. L’apparizione di quello spirito portò con sé non nubi nere, gelo improvviso nella casa di legno, intermittenza dell’elettricità. Accese invece le candele spente, la consistenza del suo corpo grande e solido portò un’aria fresca e profumata.
Ed era non l’immagine di ciò che lei era stata in vita, una copia negativa del suo viso cadavere, presa velocemente come si faceva con le maschere funebri, ma era tutto ciò che non era stata. Era un uomo. Era bello e pieno di vita, come lei era s’era sentita brutta e piena di una grande assenza interiore.
Come sono arrivata in questa casa, tu lo sai?
Sì, lo so.
Hai sempre voluto andare oltre e io ci sono già stato.
Il suo corpo si muoveva quasi sfiorando il soffitto e alle volte sfumava nell’immagine del signore che era stato al momento della morte, un uomo invecchiato ma con le spalle spesse, ben vestito, con la quiete di un lusso a lui sicuro, nascosto nel piccolo orologio al polso, il cui argento non era ossidato dai millenni inesistenti, nel taglio preciso dei capelli grigi, della barba non lunga. Si muoveva tra il tavolo e il grande mobile indaffarato a cucinare. Aveva alzato i polsini della camicia azzurra, il gilet di velluto non sbottonato, il fazzoletto al collo spiritoso.
Cucinava ripetendo giocosamente le parole dette tante volte, preparando il piatto semplice di quel pasticcio di carne, aggiungendo alloro e origano con le dita dalle unghie ben spazzolate – Sono un cuoco così speciale che cucino solo questo piatto, e per un periodo ero in dubbio se ripeterlo, tanto mi era venuto bene. Nel passaggio tra il mobile e il ripiano ingombro di ciotole e bottigliette d’olio, pepe e noci da spaccare, maneggiando la carne cruda, a volte assumeva i tratti dei suoi quarant’anni e inciampava tra bambine che gli correvano in mezzo alle gambe, e giocava con loro e ripeteva le cantilene che gli rivolgevano, si abbassava dall’altissimo soffitto che sfiorava coi capelli scuri e si incaponiva a togliere le macchie di limone macerato dalla camicia, terribilmente preoccupato che non sarebbero mai andate via. Alle volte le figlie lo aiutavano con la loro saliva e lui si buttava per terra tramortito dall’orrore e loro gli si lanciavano addosso, atterrandolo dall’immensa altezza della casa che occupava tutta col suo corpo.
Quella sera aveva indossato un falso caschetto chiudendo i molti capelli con i fermagli sotto la nuca, grandi orecchini ai lobi e guanti bianchi. Rassomigliava alle donne disegnate sui poster degli amari, ineguagliata tra gli ospiti della festa del suo fantasma, che tutti aveva guardato e cercato. Si era mosso tra le teste versando champagne, analcolici alle signore che non bevevano, riempito ancora d’acqua i bicchieri bassi per le ragazze, passato i vassoi con le salse, ballando tra un corridoio e l’altro per farsi notare e far ridere i gruppi troppo presi da discussioni sociali. E cominciava a parlare di sport, raccontava delle sue nuotate nel fiume freddo tra le montagne al nord, dove usava sempre andare, e tutti si rallegravano a parlare di ossigeno e aria aperta. Parlava di canottaggio e sci d’acqua. Le falciate del suo corpo nudo nell’acqua trasparente le intravide tra i vetri e i pini oltre il bancone occupato dal pasticcio non pronto.
Si era mossa nella festa bella, muovendo i tacchi come se ad ogni passo gli sguardi fossero su di lei, allegra ma con le labbra mai esageratamente tese, i denti mai troppo scoperti, e certo non ballava coi vassoi in mano. Era perduta nella festa, ma era anche al centro esatto della festa, che non esiste e allo stesso tempo è dappertutto, perché poteva essere quella ragazza delle vecchie locandine disegnate, col bicchiere d’amaro in mano. Lo sai perché mi piacciono tanto le feste? Perché puoi essere lussuosa con la quiete data dal possedere, anche se non lo detieni- perché puoi indossare questi orecchini e questi guanti come un’attrice mai stata – perché puoi passare tra gli ospiti e mostrarti affascinante ma non fruita, anche se non sei il padrone di casa che cucina l’unico piatto che sa fare spacciandolo per la cosa più buona che mangerai questa sera.
Non hai amato la vita? Chiede, mentre il suo corpo giovane nuota nel fiume traslucido laggiù in fondo, aspira grandi boccate d’aria e ride tra un affondo e l’altro. La sfoglia è stata stesa e la farina gli ha imbiancato il gilet di velluto e il viso grigio.
L’ho amata immensamente, ma non l’ho avuta.
Lui la guarda e ridacchia. Curioso, perché io non l’ho amata affatto, eppure l’ho avuta tutta. Inforna il pasticcio. Nel mentre è uscito fuori dal fiume, si sta rilassando con l’intero corpo sdraiato sul prato, le gambe intrecciate. Guarda dietro di sé verso il fiume, lei segue il suo sguardo, e lo vede fare tutto. Con facilità, senza pensiero d’intralcio tra le sue gambe. Voglio leggere tutti i libri non scritti. Cambiare lavoro da uno che mi ha permesso di comprare due case a uno che mi ha permesso di organizzare feste di beneficenza e raccolte fondi. Costruire le fondamenta di grattacieli nei paesi in via di sviluppo, percorrere sul retro di un furgone i tramonti incendiati dei fiumi sacri e scambiare una canzone per un pezzo di pane, altro che questo pasticcio. Indossare questi orecchini meravigliosi e fingere di avere i capelli corti, e indossare un abito lungo di piume. Volevo una vita di feste perdute e inesistenti, come me. La fatica del lavoro svaniva ed ero l’anima della serata e tutti guardavano ogni passo che facevo, perché io ero felice, perché avevo nuotato e fatto sport, provato ogni attività quando non esisteva ancora, mi sentivo me stessa perché avevo visto i film vecchi che troppo giovane credevo di non riuscire a vedere per paura di annoiarmi. Conoscevo il mondo e l’avevo posseduto. Ero andata oltre alla fine.
Ho sempre sentito di dover uguagliare l’immagine del ragazzo forte e bello dentro di me, che poteva fare tutto con la massima arroganza e il minimo disturbo, diventando l’uomo realizzato e felice che viveva con fascino, conquista, giocosità. Ho avuto le mie figlie e loro mi hanno amato e non dimenticato.
Qual è stato il tuo più grande desiderio?
Il desiderio di modificare le cose della vita con le mie mani ed essere pragmatica ed efficace. E tu?
Tu non lo sei mai stata.
Tu sei il mio fantasma allora?
Lui ha ripulito la cucina, si è lavato le mani, tirato giù i polsini e riallacciato i gemelli a forma di piccoli sci, aggiustato i capelli grigi, batte le mani e ride. Fra un po’ si mangia, bambine.
Forse tu sei il mio.
Chantal Salvinelli, nata a Roma nel 1994. Laureata in Odontoiatria a La Sapienza, in realtà nutre un amore smisurato per la letteratura fin da sempre. Le piace pensare di muoversi in equilibrio tra la poesia e la scienza. Ha pubblicato su Quaerere, con cui attualmente collabora, e altre riviste letterarie online.
