Un racconto di Joseph Santella
«Non accettare mai nulla dagli sconosciuti». Queste parole, che mi ripetevi incessantemente, tornano alla mia mente con nostalgia. Ricordo con malinconia i momenti in cui mi divertivo ad accarezzare la tua testa pelata e i tuoi baffi. Quei baffi neri e folti, che ogni volta che ti avvicinavi per salutarmi, si univano a un bacio che mi solleticava delicatamente la guancia. Non c’è mai stata un’occasione, nemmeno una, in cui tu mi facessi sentire solo in questo mondo. In ogni tuo gesto c’erano sempre affetto, calore e amore. Il tuo sorriso, genuino e dolce, brillava come un faro, illuminando ogni attimo trascorso insieme; un sorriso che il tempo non è mai riuscito a sbiadire.
Sono trascorsi dieci anni da quando mi hai lasciato, eppure il tuo ricordo nel mio cuore è ancora vivissimo e tangibile. Conservo l’immagine del tuo bacio, del tuo abbraccio, della tua mano tremante che accarezzava il mio viso e della tua voce profonda e rassicurante che mi sussurrava: «Andrea, ti voglio bene». Avverto la tua presenza, il tuo affetto e il tuo amore che continuano a vivere, come se fossi qui accanto a me, caro nonno Luigi.
Caro nonno, sembra quasi che provi le stesse emozioni di dieci anni fa. Forse è a causa del freddo intenso di questa mattina; forse perché affacciandomi alla finestra vedo un cielo cupo, coperto da nuvole grigie e passeggere, o perché la brina è particolarmente evidente sui parabrezza delle automobili, sull’erba e sull’asfalto. Ho la sensazione che questo gelo abbia cristallizzato tutto, compresi i miei ricordi, fissati in quel due gennaio in cui, io e i miei genitori, assieme ai miei parenti, attendevamo il tuo ritorno a casa. L’atmosfera era grave, con mia madre in un angolo del soggiorno in lacrime, mentre altri, come i miei zii e mio padre, stavano sulla porta con un’aria di diffidenza, silenziosi e con il capo chino, persi nei propri pensieri. Alcuni conoscenti del paese si erano radunati davanti all’ingresso, chi per curiosità, chi per rispetto; gruppetti di due o tre persone discutevano dei loro progetti. Nessuno sembrava preoccuparsi realmente del dolore di mio nonno, di mia madre, di me. Apparentemente, tutti mostravano rispetto per la situazione, ma in realtà ognuno pensava soltanto a sé stesso.
Quando nonno arrivò su una barella, gli infermieri lo condussero nella stanza, lo sistemarono sul letto e gli attaccarono una flebo di morfina. Lui dormiva e tutti, compresi mio padre e i miei zii, oltre ai conoscenti, sembravano voler capire se fosse ancora vivo. Intanto, mia madre rimaneva ancora in quell’angolo della stanza; mi avvicinai e le presi la mano. Quando eravamo vicino al letto, e gli infermieri se ne andarono, mio nonno aprì gli occhi e, con le poche forze rimastegli, mi fece cenno di prendere un libro di Jules Verne sul comodino. Lo avvicinai a lui e, lentamente, lo aprì. Mi fece prendere una penna, posò la sua mano tremante sulla mia e insieme disegnammo un piccolo cuoricino vicino al primo capitolo: Uno scoglio sfuggente. Quando la penna cadde improvvisamente a terra, la sua mano scivolò dalla mia e un ultimo soffio di vita si disperse nell’aria. Mi sentii attraversare da un’angosciante preoccupazione; in preda a un pianto incontenibile, lasciai cadere il libro sul pavimento e mi chinai, travolto dallo sconforto, sul suo petto. Mia madre piangeva insieme a me, ma poi si avvicinò mio padre e ci fece allontanare. Quando mi chinai per raccogliere il libro, non c’era più.
Una tenue e calda luce filtra attraverso la finestra, inondando ogni angolo del salotto. La luminosità avvolge delicatamente gli oggetti, creando un’atmosfera intima e accogliente. I dettagli delle pareti e dei mobili si animano sotto questa luce soffusa, richiamando la mia attenzione al presente e abbracciando così la vita nel qui e ora.
«Devo andare!?», rifletto ad alta voce. Oggi si riuniscono numerose persone nella villa comunale di Ariano Irpino, un luogo ideale dedicato a una vasta selezione di libri che spaziano attraverso le varie epoche. Esco di casa con una certa fretta; l’emozione di perdermi tra le pagine dei volumi mi riempie il cuore di gioia. Non vedo l’ora di immergermi in quell’ambiente incantato, dove l’odore avvolgente delle persone si mescola armoniosamente con le fragranze di vaniglia, mandorla e libri antichi. Una combinazione di profumi capace di trasportarmi indietro nel tempo.
«A quest’ora del mattino ci sono già così tante persone!?», mi chiedo, stupito. Nel frattempo, mi avvicino alla prima bancarella e, mentre osservo i libri, per un attimo mi giro e vedo una ragazza con lo sguardo basso, i capelli lisci come seta illuminati da una luce solare che li fa brillare graziosamente. Incantato dal delicato riflesso dorato dei suoi capelli castani, continuo a osservarla finché, accorgendosi di me, si volta. Il suo sguardo mi intimidisce e rapidamente distolgo lo sguardo, chinando il capo verso la bancarella, dove una copertina attira la mia attenzione. Essa presenta un dipinto di un mare tempestoso con tre persone accovacciate su una roccia. Proprio mentre sto per afferrare il libro, lei lo prende prima di me, e accidentalmente poso la mia mano sulla sua…
«Mi scusi», dico, un po’ imbarazzato, mentre continuo a mantenere la mia mano sopra la sua. Lei mi osserva attentamente; i suoi occhi nocciola si velano di timidezza e un leggero rossore le colora le guance morbide e fresche, mentre un fugace sorriso d’imbarazzo fa schiudere le sue labbra rosse come un bocciolo di rosa. «No, no», mi dice, spostando una ciocca di capelli dietro l’orecchio mentre apre il libro e inizia a sfogliarlo con gesti lenti e delicati. In quel momento, qualcosa di inaspettato cattura la mia attenzione: un disegno, il cuore nel primo capitolo. «L’ho ritrovato!?»
«Che cosa?», chiede la ragazza, sollevando le sopracciglia sottili che si mimetizzano dietro la sua frangia, donandole un’aria sbarazzina. Sorrido, perdendomi nel suo sguardo profondo e vivace, colmo di curiosità, dimenticando il libro, il cuore disegnato e il mondo che mi circonda… «Che cosa?», insiste con un tono dolce e leggermente alto. Tornando in me, rispondo: «Finalmente ho ritrovato il libro che mi regalò mio nonno». E continuando, aggiungo: «Guardi», indicando il disegno, «questo cuoricino l’ho disegnato insieme a lui poco prima che volasse in cielo. Lo so, è disegnato male, ma purtroppo lui soffriva di Parkinson».
Nei suoi occhi si posa un velo di tristezza, quasi mescolato a una certa confusione. «Eh, mi scusi!», esclama la ragazza, accentuando il suo disappunto. «Ma perché ha deciso di sbarazzarsi del libro?»
«No, non è esattamente così. Il giorno in cui è venuto a mancare mio nonno, il libro era proprio lì accanto a me. Un attimo prima lo stavo tenendo tra le mani e, un secondo dopo, è svanito nel nulla.»
Poi, con un sorriso dolce e rassicurante, si presenta. «Piacere di conoscerti, io sono Maria», e aggiunge:
«Ecco, il libro è tuo» mentre me lo porge con un gesto gentile.
«Andrea», rispondo io, completamente assorbito dalla situazione in cui mi trovo.
«Hai già letto questo libro?», mi chiede Maria.
«No», rispondo, abbassando leggermente lo sguardo e aggiungendo con timidezza, «mi piacerebbe leggerlo insieme a te».
«Il Capitano Nemo del Nautilus», dice Maria e, con un’espressione curiosa, mi chiede: «Sai cosa significa Nemo?»
«No», rispondo, un po’ incerto.
«Nemo significa nessuno», mi spiega Maria, facendo risplendere il significato attraverso l’armonia della sua voce.
Seppur penso che non ci sia nessuno, qui accanto a me, c’è sempre un senso profondo, un sentito che aleggia nell’aria, un qualcosa che, nel ‘nessuno’, illumina la vita.
Joseph Santella è nato a Mirandola (MO), 1980 e risiede a Villanova del Battista (AV).
Perito Tecnico Industriale Meccanico, nel 2018 ha autopubblicato Thomas La May, vita di un misantropo, romanzo letterario e di fantascienza, e La pietra verde, raccolta di poesie. Nel 2020 ha pubblicato con la casa editrice Ensemble Edizioni il romanzo letterario di formazione L’animale. Nel 2024 ha pubblicato con Amarganta Edizioni una raccolta di racconti Sguardi sospesi. Due dei racconti contenuti nella raccolta Sguardi sospesi sono stati pubblicati sulla rivista TerraNullius.
