racconto

Le parole intraducibili

Ho trascorso la mia giovinezza tra le montagne, rifugiandomi tra le rocce durante i temporali estivi, portando le mie pecore dove l’erba fosse più verde, bevendo l’acqua gelida dei torrenti. Mi sono occupato poco della mia educazione, certo so leggere e scrivere, conosco le musiche e le danze tipiche del mio popolo, recito al mattino e a sera le mie preghiere. Ma non conosco le formule matematiche per moltiplicare a mente, la composizione chimica dell’aria, le leggi fisiche che fanno andare avanti e non indietro il mondo.

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Teste bianche

Teste Bianche Racconto Alessando Mambelli

“L’amor nostro era puro/ come neve suoi monti/ e bianco come la luna/ che appare tra le nuvole/ Mi van dicendo/ che i tuoi pensieri/ son doppi. Ed ecco/ son venuta per rompere/ Oggi berremo/ una coppa di vino/ doman ci lasceremo/ lungo il Canale/ Così, camminando/ lungo il Canale/ fin dove biforca/ Levante, Ponente/ Ohimè, ohimè/ e ancora ohimè!/ Così pianger deve/ una fanciulla/ quando è sposata/ se non ha trovato/ uno dal cuor sincero/ uno che non la lasci/ finché ha bianchi i capelli.”

Cho Wen-Kiun, “Canzone delle teste bianche”

Il vecchio Tsundoku camminò dalla sua casa in riva al lago sino alla dimora del poeta Ssuma Siang-yu seguendo la stessa identica strada acciottolata che percorreva ogni giorno, pioggia o sole, da tempo immemore – il padre del padre di Ssuma, mentre era ancora vivo, ricordava il vecchio Tsundoku quando già giovane e virgulto correva come una lepre sino in cima alla collina, si affacciava al cancello e chiedeva il permesso di entrare (era stato proprio il padre del padre di Ssuma ad assumerlo come giardiniere, e da generazioni era rimasto fedele alla famiglia e per sempre chirurgico nel suo lavoro).

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