di Andrea Abruzzese
Ansia
Ed eccola la vertigine
che dai capelli s’infiltra nella mente,
radici nell’amigdala. E mi rende
prigioniero dei battiti irregolari,
quell’accelerare prossimo allo schianto…
Due boati nel petto
e poi
il vuoto soltanto.
Si rannicchia, dal costato,
il respiro corto che, su tutta la pelle, cola
nel brivido che mi stritola,
lasciandomi sciolto al suolo…
Pesante
mi vivo
pesante.
Incatenato a questo monte
mi trasformo rapace
che divora le mie interiora…
Ad ogni risveglio,
ad ogni ora.
Un amore non accettato
Scoprì la paura d’amare,
perché i suoi sogni non erano vortici,
di lunghe trecce bionde, dai morbidi seni.
Ma diamantati, come d’estate, il mare,
per un profilo greco, di folti riccioli neri.
Tremò nel timore di non poter raccontare
a chi aveva donato il cuore…
Ma la notizia di un profano amore
bussò ad ogni porta, biforcuta, fino al padre.
Il peso della vergogna a trascinarlo
da un abito talare, a esorcizzare
il maligno tentatore.
E poi cavia di inenarrabili esperimenti,
sul più bello dei sentimenti,
curato come fosse una passeggera infezione,
da un falso luminare dottore.
Fu così che scoprì l’orrore
di essere esiliato sull’altra sponda,
protagonista di un mondo kafkiano,
per un amore non compreso, non accettato,
come fosse da lingua straniera cantato.
Mother
Sono una madre anch’io che
m’imbarco con Tyche,
cercando un nuovo avvenire;
sperando di non lasciare il grembo,
nella spuma dell’emigrare.
Sono una madre anch’io che
piango figli in un campo profughi,
sepolti dalle macerie di uno scontro
che non hanno innescato.
Sono una madre anch’io che
ho partorito nella galera e
tra le guardie vedo crescere grigio
il mio unico bocciolo.
Sono una madre anch’io che
ho visto dileguarsi nell’orizzonte
le ombre dei frutti di una passione e
conto lune, aspettando di sapere se
li hanno colti o lasciati decomporre.
Sono una madre anch’io
accerchiata dai banchi di nazioni unite che
mi condannano terrorista perché,
voglio che le mie figlie intreccino
i capelli lontano da tirannia-torture.
Sono una madre anch’io che
non gli ho potuti generare
e che la legge me li ha battezzati
crimine universale.
Sono una madre io
anche se il mutismo di altre
non me lo vuole concedere.
Al civico 2
Al civico 2
una folla di piedi-danza d’attesa
consuma suole in una luce sfarfallante..
Preambolo al turno-appagamento,
stringendosi nell’anonimato di baveri alzati,
sotto ombre di visiere calate,
dietro maschere di occhiali neri.
Al civico 2
la porta è irrequieta: spinta, sbattuta,
non trova un istante per riuscire
a riposarsi chiusa.
E mozziconi fumanti velano la detenzione
di donne tremanti in make-up colanti.
Al civico 2
anelli-catene di cecità, di muta indifferenza
fluttuano, nebbie, difronte
al via vai di sfruttatori e consumatori
di corpi costretti alla sofferenza.
Odissee
Ero solo un’età che si può ancora contare,
quando lasciai una nazione di affetti e rimpianti,
penetrando del Mietitore, la cavità orbitale.
E i miei compagni di traversata
nutrirono la sabbia del deserto
con le ombre ad ardere al Sole.
Io mi ritrovai a bordo di natanti-fessure,
grondante anime dannate,
tra stormi di paura e afflizione;
tra corpicini già freddi
cullati da madri-seni aridi.
( E neanche una moneta per Caronte)
Ero ancora genitrice di bambole,
quando fui strappata dalle braccia della mia
e portata al di là del monte, come Europa,
dal toro rapita, dall’aquila posseduta.
( Da un cardinale all’altro, merce-oggetto
e un marchio a recludere tra le ombre)
Il mio oggi non ha un’identità, non ha diritti…
Solo un’altra ragazza costretta
a donare il corpo alla via, i desideri alla vita.
Sopravvivo in un posto scelto dai venti,
trattenuta, come sull’isola di Ogigia,
non per crush di una divina entità,
ma a pregare che giunga libertà.
E ogni giorno, prima di addormentarmi,
le costellazioni intrecciano il mio piangere,
e il Sole lo disfa per seccarlo in cristalli.
Però illumina solo le cicatrici della carne…
quelle nel nucleo del miocardio, nessuno le può vedere.
(Vite-odissee,
oltre le iniquità, oltre i patimenti,
nell’auspicio di riabbracciare un domani
che si nomini famiglia)
Partigiani
Lasciammo impronte di giovinezza,
nei campi e nelle montagne.
E non fu nel fregiarsi da eroi,
la nostra forza, ma nella bellezza
di esistere compagni e compagne.
Nel guardare l’Italia e dire:
«Siete voi, siamo tutti noi!»
Con questa speranza,
lottammo nel pianto dell’organo palpitante,
a lavare via il sangue dalla pelle.
Ci battemmo con la coscienza
a gravare sulle spalle.
Costretti a sacrificare l’essere umani,
dalla fredda canna di un fucile,
stringendo forte, per non lasciare
che l’anima sfuggisse dalle mani.
E donammo alle stelle la nostra sorte,
pregando il buon Dio, che non venisse morte.
Ma in tanti morirono uomini liberi,
per rinascere libertà. Affinché l’immorale
fosse soffiato via dai fiori dell’aprile.
E noi sopravvissuti, contati dal passare dell’età,
guardiamo dentro le ferite di tempi lontani,
e sappiamo che rinasceremo, ancora libertà…
che moriremo, sempre, Partigiani.
Ho visto (La voce dell’umanità)
Ho visto l’aria riflesso di tumore,
l’acqua scarico di veleno.
E la vegetazione sottomessa
a giganti di cemento
che raschiano via il Sole.
(Avevo sogni, giovane come tutti,
da ciò distrutti…)
Ho visto umani-denaro coltivare morte,
senza preoccuparsi se la falce
faccia dei loro figli, spighe di grano.
Binari guidare razzismi,
cappi-religioni produrre schiavi,
l’odio battere in petti bambini.
(…Ora ho incubi
della vita passata,
di ciò che sono stata…)
Ho visto il potere tirare dadi-guerre,
mandare sull’altare le vite altrui.
Ed eroi ed eroine felici di morire
per Libertà e Uguaglianza. Altri, invece,
rimpiangere di essere sopravvissuti,
vedendosi diventare dissolvenza.
(…E rimpiango il mio presente,
di morte e distruzione,
il non aver imparato niente…)
Ho visto la mezzanotte del mondo,
sentenza tra le fiamme
di un’umanità artificiale…
Angelo dell’apocalisse
su cavallo nucleare.
(…Temo il futuro,
ciò che genererò,
inizio o fine,
dannazione o redenzione…)
Ho visto dentro gli uomini,
i loro cuori-pus, banchetti di male,
ormai incapaci d’amare.
Ma ho spiato oltre quest’orizzonte
di nauseabonda tristezza,
lontano verso l’infinito e…
(…Spero sarò guardiana di paradiso,
di rinascere come la fenice,
dalle fiamme, dalle ceneri e dalla paura,
e tornare ad essere
divina creatura)
Ho visto persone stringere i denti e lottare
contro l’indifferenza, contro l’ingiustizia,
per tornare alla Pace…
Ricominciare a sognare.
Andrea Abruzzese nasce a Foggia, città nella quale vive, il 27/04/1989. Scrive poesie dall’età di 14 anni, alcune delle quali sono state pubblicate sui siti: “L’Altrove – Appunti di poesia”, “Poetarum Silva” , “Poesie sull’albero”, “La Nuova Rivista Letteraria”, “L’Ottavo”, “Leggere poesia”, “Intermezzo Rivista”, “The Bookish Explorer”, “La Seppia”, “L’Incendiario”, “Aratea Cultura”, “Aquile Solitarie”, “Margutte”, “Momenti DiVersi”, “Mosse di Seppia”, “Pioggia Obliqua”, “Poesia Ultracontemporanea”, “Limina Mundi”,“Cultura Oltre”, “Sentieri di Cartesensibili”, “L’equivoco” e “Risme”.Altre sono state commentate sul sito “Poesia del nostro tempo”, all’interno della rubrica “Laboratori di poesia”. Inoltre alcune sue poesie sono state pubblicate all’interno della rubrica “La Bottega della poesia”, del quotidiano “La Repubblica” nelle edizioni di Milano, Torino, Napoli e Bari.
