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Poesie di Andrea Abruzzese

Poesie

Posted on 20 Febbraio 20256 Febbraio 2025 by Stefania

di Andrea Abruzzese

Ansia

Ed eccola la vertigine

che dai capelli s’infiltra nella mente,

radici nell’amigdala. E mi rende

prigioniero dei battiti irregolari,

quell’accelerare prossimo allo schianto…

Due boati nel petto

e poi

il vuoto soltanto.

Si rannicchia, dal costato,

il respiro corto che, su tutta la pelle, cola

nel brivido che mi stritola,

lasciandomi sciolto al suolo…

Pesante

mi vivo

pesante.

Incatenato a questo monte

mi trasformo rapace

che divora le mie interiora…

Ad ogni risveglio,

ad ogni ora.


Un amore non accettato

Scoprì la paura d’amare,

perché i suoi sogni non erano vortici,

di lunghe trecce bionde, dai morbidi seni.

Ma diamantati, come d’estate, il mare,

per un profilo greco, di folti riccioli neri.

Tremò nel timore di non poter raccontare

a chi aveva donato il cuore…

Ma la notizia di un profano amore

bussò ad ogni porta, biforcuta, fino al padre.

Il peso della vergogna a trascinarlo

da un abito talare, a esorcizzare

il maligno tentatore.

E poi cavia di inenarrabili esperimenti,

sul più bello dei sentimenti,

curato come fosse una passeggera infezione,

da un falso luminare dottore.

Fu così che scoprì l’orrore

di essere esiliato sull’altra sponda,

protagonista di un mondo kafkiano, 

per un amore non compreso, non accettato,

come fosse da lingua straniera cantato.


Mother

Sono una madre anch’io che

m’imbarco con Tyche,

cercando un nuovo avvenire;

sperando di non lasciare il grembo,

nella spuma dell’emigrare.

Sono una madre anch’io che

piango figli in un campo profughi,

sepolti dalle macerie di uno scontro

che non hanno innescato.

Sono una madre anch’io che

ho partorito nella galera e

tra le guardie vedo crescere grigio

il mio unico bocciolo.

Sono una madre anch’io che

ho visto dileguarsi nell’orizzonte

le ombre dei frutti di una passione e

conto lune, aspettando di sapere se

li hanno colti o lasciati decomporre.

Sono una madre anch’io

accerchiata dai banchi di nazioni unite che

mi condannano terrorista perché,

voglio che le mie figlie intreccino

i capelli lontano da tirannia-torture.

Sono una madre anch’io che

non gli ho potuti generare

e che la legge me li ha battezzati

crimine universale.

Sono una madre io

anche se il mutismo di altre

non me lo vuole concedere.


Al civico 2

Al civico 2

una folla di piedi-danza d’attesa

consuma suole in una luce sfarfallante..

Preambolo al turno-appagamento,

stringendosi nell’anonimato di baveri alzati,

sotto ombre di visiere calate,

dietro maschere di occhiali neri.

Al civico 2

la porta è irrequieta: spinta, sbattuta,

non trova un istante per riuscire

a riposarsi chiusa.

E mozziconi fumanti velano la detenzione

di donne tremanti in make-up colanti.

Al civico 2

anelli-catene di cecità, di muta indifferenza

fluttuano, nebbie, difronte

al via vai di sfruttatori e consumatori

di corpi costretti alla sofferenza.


Odissee

Ero solo un’età che si può ancora contare,

quando lasciai una nazione di affetti e rimpianti,

penetrando del Mietitore, la cavità orbitale.

E i miei compagni di traversata

nutrirono la sabbia del deserto

con le ombre ad ardere al Sole.

Io mi ritrovai a bordo di natanti-fessure,

grondante anime dannate,

tra stormi di paura e afflizione;

tra corpicini già freddi

cullati da madri-seni aridi.

( E neanche una moneta per Caronte)

Ero ancora genitrice di bambole,

quando fui strappata dalle braccia della mia

e portata al di là del monte, come Europa,

dal toro rapita, dall’aquila posseduta.

( Da un cardinale all’altro, merce-oggetto

e un marchio a recludere tra le ombre)

Il mio oggi non ha un’identità, non ha diritti…

Solo un’altra ragazza costretta

a donare il corpo alla via, i desideri alla vita.

Sopravvivo in un posto scelto dai venti,

trattenuta, come sull’isola di Ogigia,

non per crush di una divina entità,

ma a pregare che giunga libertà.

E ogni giorno, prima di addormentarmi,

le costellazioni intrecciano il mio piangere,

e il Sole lo disfa per seccarlo in cristalli.

Però illumina solo le cicatrici della carne…

quelle nel nucleo del miocardio, nessuno le può vedere.

(Vite-odissee,

oltre le iniquità, oltre i patimenti,

nell’auspicio di riabbracciare un domani

che si nomini famiglia)


Partigiani

Lasciammo impronte di giovinezza,

nei campi e nelle montagne.

E non fu nel fregiarsi da eroi,

la nostra forza, ma nella bellezza

di esistere compagni e compagne.

Nel guardare l’Italia e dire:

«Siete voi, siamo tutti noi!»

Con questa speranza,

lottammo nel pianto dell’organo palpitante,

a lavare via il sangue dalla pelle.

Ci battemmo con la coscienza

a gravare sulle spalle.

Costretti a sacrificare l’essere umani,

dalla fredda canna di un fucile,

stringendo forte, per non lasciare

che l’anima sfuggisse dalle mani.

E donammo alle stelle la nostra sorte,

pregando il buon Dio, che non venisse morte.

Ma in tanti morirono uomini liberi,

per rinascere libertà. Affinché l’immorale

fosse soffiato via dai fiori dell’aprile.

E noi sopravvissuti, contati dal passare dell’età,

guardiamo dentro le ferite di tempi lontani,

e sappiamo che rinasceremo, ancora libertà…

che moriremo, sempre, Partigiani.


Ho visto (La voce dell’umanità)

Ho visto l’aria riflesso di tumore,

l’acqua scarico di veleno.

E la vegetazione sottomessa 

a giganti di cemento 

che raschiano via il Sole.

(Avevo sogni, giovane come tutti,

da ciò distrutti…)

Ho visto umani-denaro coltivare morte,

senza preoccuparsi se la falce

faccia dei loro figli, spighe di grano.

Binari guidare razzismi,

cappi-religioni produrre schiavi,

l’odio battere in petti bambini.

(…Ora ho incubi

della vita passata,

di ciò che sono stata…)

Ho visto il potere tirare dadi-guerre,

mandare sull’altare le vite altrui.

Ed eroi ed eroine felici di morire

per Libertà e Uguaglianza. Altri, invece,

rimpiangere di essere sopravvissuti,

vedendosi diventare dissolvenza.

(…E rimpiango il mio presente,

di morte e distruzione,

il non aver imparato niente…)

Ho visto la mezzanotte del mondo,

sentenza tra le fiamme

di un’umanità artificiale…

Angelo dell’apocalisse

su cavallo nucleare. 

(…Temo il futuro,

ciò che genererò,

inizio o fine,

dannazione o redenzione…)

Ho visto dentro gli uomini,

i loro cuori-pus, banchetti di male,

ormai incapaci d’amare.

Ma ho spiato oltre quest’orizzonte

di nauseabonda tristezza,

lontano verso l’infinito e…

(…Spero sarò guardiana di paradiso,

di rinascere come la fenice,

dalle fiamme, dalle ceneri e dalla paura,

e tornare ad essere

divina creatura)

Ho visto persone stringere i denti e lottare

contro l’indifferenza, contro l’ingiustizia,

per tornare alla Pace…

Ricominciare a sognare.


Andrea Abruzzese nasce a Foggia, città nella quale vive, il 27/04/1989. Scrive poesie dall’età di 14 anni, alcune delle quali sono state pubblicate sui siti: “L’Altrove – Appunti di poesia”, “Poetarum Silva” , “Poesie sull’albero”, “La Nuova Rivista Letteraria”, “L’Ottavo”, “Leggere poesia”, “Intermezzo Rivista”, “The Bookish Explorer”, “La Seppia”, “L’Incendiario”, “Aratea Cultura”, “Aquile Solitarie”, “Margutte”, “Momenti DiVersi”, “Mosse di Seppia”, “Pioggia Obliqua”, “Poesia Ultracontemporanea”, “Limina Mundi”,“Cultura Oltre”, “Sentieri di Cartesensibili”, “L’equivoco” e “Risme”.Altre sono state commentate sul sito “Poesia del nostro tempo”, all’interno della rubrica “Laboratori di poesia”. Inoltre alcune sue poesie sono state pubblicate all’interno della rubrica “La Bottega della poesia”, del quotidiano “La Repubblica” nelle edizioni di Milano, Torino, Napoli e Bari.

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