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Dove sei Alessandro Mambelli

Dove sei?

Posted on 11 Febbraio 202529 Gennaio 2025 by Stefania

Un racconto di Alessandro Mambelli

Marco si svegliò e non vide altro che il buio della sua camera da letto, imperscrutabile come i boschi dei vecchi romanzi e delle leggende nibelunghe – quel buio di tenebra e oscurità che interpone la sua essenza eterea ma fluida al raggiungimento di qualche scopo o qualche meta (che nel suo caso erano le pantofole adagiate sul pavimento come chiatte su una distesa d’acqua di ceramica e cemento). Stropicciò gli occhi sbattendoli tre volte – un rituale magico per viaggiare in altre terre sconosciute e fantastiche –, si guardò un po’ attorno e dall’alto dell’orlo del piumone – come osservando una città da sopra le mura – cercò di abituarsi all’oscurità, distinguendo prima il profilo del comò, poi quello dell’armadio e infine i buchi delle tapparelle attraverso cui filtrava la luce del giorno – come quella delle stelle filtra attraverso il cielo notturno. Si girò lentamente di lato, rannicchiandosi in posizione fetale e rotolando per cercare di assorbire l’ultimo calore possibile dalle coperte levigate e familiari; poi, con estrema calma, si alzò centrando le pantofole con la punta dei piedi – che si adagiarono fra i peli sintetici delle De Fonseca come mani nella pelliccia di un mostro delle nevi, o dita fra i capelli setosi di una donna che una maledizione ha reso bruttissima. Il caldo delle pantofole ristorò e mitigò la tragica levata mattutina, promettendo un bagno caldo, accogliente e consolatorio proprio in fondo al corridoio, dove le pantofole stesse avrebbero guidato le gambe ancora intorpidite dal sonno, le braccia ciondolanti e gli occhi espugnati dalla notte e lasciati esangui sulla riva del mattino.

Il bagno era caldo come una fornace infernale, pesante come il sopore pomeridiano di un pomeriggio estivo e annebbiato come una palude al confine del regno; le pantofole sciabattavano sulle piastrelle rosa con un suono profondo e ovattato come un tamburo che rintocca il destino; il water era il trono del re pronto per essere usurpato. Si sedette, e la ceramica fredda – impensabile in quella stanza di protezione, di sicurezza e di tranquillità – lo svegliò completamente dall’intorpidimento facendogli maledire il lunedì mattina; il getto d’urina lento e regolare come il fluire dei secondi che precedono un evento tragico o apocalittico – di quelli che se si fosse in un film sarebbero sottolineati da qualche musica epica e tensiva – lo tranquillizzò nuovamente, ipnotizzandolo; quando lo sciacquone borbottò rauco come il ringhio di un troll dentro una caverna quell’ansia e quel suono di cascatella e di paura furono presto dimenticati, e il rubinetto lavò via ogni delirante pensiero.

Entrando in cucina la prima cosa che gli venne in mente fu quando Laura, mentre abitava ancora lì, si alzava prima di lui per andare in bagno – forse per assicurarsi che non ci fosse nessun troll delle caverne o nessun mostro pronto a mangiarli –, e ricordò come, da steso nel letto, avvolto nelle coperte e dal buio, sentisse il rubinetto scorrere lontano e quasi in sogno, e a come associasse quel rumore alla sua felice vita da sposato.

Aprì la credenza e gli occhi gli caddero sul vecchio disco di Marvin Gaye che la sera prima aveva ascoltato e poi appoggiato sul lavello – e che per lui significava solamente il meraviglioso sesso che facevano con il sottofondo musicale per sentirsi attori bellissimi in qualche vecchio film, con lei che da sotto si dimenava come volesse fuggire dalle strette spire di un serpente maledetto e con lui che da sopra cercava di entrare dentro di lei per diventare una cosa sola, come l’organismo invincibile che nei cartoni animati sconfigge sempre il male; Marvin Gaye che cantava mentre la punta adamantina del giradischi strideva sulla resina nera del vinile producendo quel graffio secco che assomigliava tanto ai graffi che lei, in preda agli orgasmi più strani che lui avesse mai sentito ma che non poteva fare meno di amare, incideva sulla pelle della sua schiena maledicendo chissà chi. Dalla credenza prese la moka e il caffè in polvere, buttando lo sguardo sul Nesquik dimenticato in un angolo – Lura diceva che il Nesquik era l’unica cosa presente nella sua vita sin da quando era bambina, cioè da quando sua madre glielo aveva comprato la prima volta dopo che lei aveva visto la pubblicità alla tivù e aveva creduto di non poterne più fare a meno; diceva che da allora ogni mattina non faceva colazione se nel latte non c’era il Nesquik, sentendo che versarlo ogni giorno era un po’ come eseguire un rito magico al limitare del bosco sacro, come per proteggersi con qualche antico e arcano incantesimo dalle ingiurie e dalle violenze della giornata, e che senza Nesquik sarebbe senz’altro incappata in qualche tragedia (mentre accendeva il fuoco e versava l’acqua nella moka si chiese se il giorno in cui Laura se n’era andata avesse versato o meno il Nesquik nella tazza, ma non riuscì a ricordarlo).

Il caffè stava lentamente salendo – come la compagnia di eroi di una qualche storia avventurosa potrebbe risalire da un pozzo profondo centinaia di metri –; mentre lui aspettava di sentire il borbottio della moka – che gli ricordava il borbottio insoddisfatto dell’elfo più anziano di Babbo Natale – guardava con attenzione e rapimento la mensola sopra al forno, e guardando gli oggetti disposti in fila – una palla con dentro la neve e Torino, il modellino in vetro di una gondola, una calza di Natale vuota, due bacchette cinesi, un coltello tunisino e un portapenne – non poté fare a meno di collegarli ai rispettivi ricordi. Ripensò a quando l’anno prima erano andati a Torino per Natale, quando Laura aveva corso sotto la neve in piazza Castello con le braccia aperte perché credeva fosse molto romantico, maledicendo il cinema perché aveva creato delle aspettative che la vita non poteva soddisfare, quando lui, urlandole che era il contrario – e cioè che era il cinema ad aver creato consolazioni alle cose che la vita non poteva dare –, la inseguiva con l’ombrello rivoltato dal vento. Ricordò la gita a Venezia, quando avevano perso due traghetti di fila ed erano rimasti in laguna per la notte, girando ore e ore nel buio delle calli prima di trovare una locanda imboscata in una corte, una vecchia pensione dove avevano fatto l’amore ancora umidi, infreddoliti e arrabbiati e in cui avevano mangiato per colazione pane e marmellata. Ripensò al Natale appena trascorso, quando lui le aveva regalato un bracciale e lei un maglione; alla vacanza in Tunisia, dove lui era caduto dall’amaca del villaggio turistico; alla cena di anniversario in quel ristorante cinese del centro, in cui Laura aveva mangiato per la prima volta gli involtini primavera. Il portapenne non gli disse nulla, perché era lì da sempre, ma tuttavia gli fu utile per chiedersi cosa diavolo fosse passato per la testa di tutti e due per riempire quella mensola in quel modo assurdo. 

Sorridendo e pensandole dolcemente sentì che il caffè era pronto, per cui lo versò nella tazza con delicatezza, aggiunse un po’ di latte e inzuppò i biscotti al cioccolato chiedendosi se erano davvero passati solo due giorni da quando Laura se n’era andata o se forse non erano già parecchi anni; si domandò se non fosse per caso intrappolato a rivivere lo stesso giorno per sempre o se forse il tempo scorresse casomai più lento, come in una realtà parallela dove lei non era mai esistita o vissuta eoni prima; e interrogandosi su dove potesse essere in quel momento la donna che amava tolse il biscotto inzuppato dal caffelatte, guardò il Nesquik, la mensola e il disco e lo addentò forte, come cercando di recidere un ricordo – il biscotto si spezzò in due e la metà morsa gli cadde dalla bocca e finì dentro la tazza, alzando spruzzi marroni che gli sporcarono la manica del pigiama.

Alessandro Mambelli
Classe 1997, Redattore tecnico laureato in Giornalismo e appassionato di scrittura 

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