Gli affamati di Mattia Insolia, uscito per Ponte alle Grazie, è un romanzo intenso e disturbante che affronta il disagio giovanile, la provincia italiana e le derive della rabbia maschile contemporanea.
Con una scrittura asciutta, precisa e priva di compiacimento, Insolia costruisce una storia che non cerca di assolvere i suoi personaggi, ma piuttosto di metterne a nudo le fragilità, le ossessioni e la violenza latente. Il risultato è un romanzo duro, a tratti scomodo, che costringe il lettore a interrogarsi su responsabilità individuali e collettive.
Il romanzo esplora le vite di Antonio e Paolo Acquicella, due giovani fratelli che vivono da soli dopo la morte del padre e la fuga della madre. Il tutto circoscritto da un senso di inadeguatezza e frustrazione profonda.
La “fame” del titolo non è soltanto materiale, ma soprattutto emotiva e identitaria: è desiderio di riconoscimento, di potere, di appartenenza. Questa fame si trasforma progressivamente in rancore e poi in violenza, alimentata da un ambiente che normalizza atteggiamenti tossici e dinamiche di sopraffazione. La storia si sviluppa in un crescendo di tensione che conduce a un epilogo tragico, inevitabile ma non per questo meno sconvolgente.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la rappresentazione della provincia come spazio mentale prima ancora che geografico. Non è solo il luogo fisico a soffocare i personaggi, ma un sistema di valori impliciti: virilità esasperata, competizione, incapacità di esprimere vulnerabilità. Insolia racconta una generazione maschile che non sa dare un nome al proprio disagio e lo traduce in aggressività.
La lingua è controllata, quasi chirurgica. Non c’è enfasi retorica: anche nei momenti più drammatici la narrazione resta fredda, osservativa. Questa scelta amplifica l’effetto emotivo, perché costringe il lettore a confrontarsi con i fatti senza filtri consolatori.
Insolia adotta uno sguardo lucido e quasi spietato, ma non moralistico. Non giustifica i suoi personaggi, però ne indaga le ferite. Il suo punto di vista sembra suggerire che la violenza non nasca nel vuoto: è il prodotto di un intreccio tra responsabilità individuale e contesto culturale. L’autore non offre soluzioni né redenzioni facili; piuttosto, invita il lettore a riconoscere i segnali di un malessere diffuso che spesso viene ignorato finché non esplode.
C’è una forte componente generazionale nella sua scrittura: la sensazione di essere cresciuti senza strumenti emotivi adeguati, immersi in modelli maschili contraddittori e in una società che promette tutto ma concede poco.
Gli affamati è un romanzo necessario, anche se difficile. Non è una lettura rassicurante, ma è proprio questa la sua forza: obbliga a guardare in faccia una realtà scomoda, fatta di rabbia, isolamento e fallimenti educativi. Mattia Insolia dimostra una notevole maturità narrativa e una grande capacità di osservazione psicologica. Il libro lascia un senso di inquietudine che persiste oltre l’ultima pagina, trasformandosi in riflessione. Ed è forse questo il segno più evidente della sua riuscita.
Roberta Zaffora
Dopo aver conseguito la laurea triennale in scienze e lingue per la comunicazione presso l’Università di Catania e la laurea magistrale in Editoria e giornalismo presso Roma Tre, attualmente lavora presso un’azienda informatica. Appassionata da sempre di tutto il mondo editoriale, lettrice dipendente e da sempre attratta dal mondo digital&social.
