Karen Russell ci porta attraverso la desolazione delle praterie, tra Storia e fantastico, tra magia e riflessione politica
Difficile riassumere un libro corale da 500 pagine e più. Difficile trovare una sola chiave di lettura quando ci si aprono davanti diversi scenari, dove la magia si fonde con il realismo storico. Ed è difficile comprimere in poche righe il genio di Karen Russell in L’antidoto.
Pubblicato da Sur, come il precedente I donatori di sonno, il romanzo si apre a inizio ‘900 a Uz nel Nebraska, dove sono in corso siccità e tempeste di sabbia che spazzano via tutti i raccolti. Qui troviamo anche l’Antidoto, ovvero una strega della prateria, una persona capace di assorbire ricordi e malesseri delle persone. La Dust Bowl però, ha spazzato via anche i ricordi della strega, ed è quindi a rischio di perdere tutti i suoi clienti, se non peggio, di venire linciata.
Il destino di Antonina, la strega, si lega all’improvviso con quello di una giovanissima giocatrice di basket, Asphodel, e suo zio Harp, il quale sembra essere l’unico a non essere afflitto dalla siccità. A loro si unirà Cleo, fotografa ribelle che sembra sviluppare il tempo con la sua macchina fotografica. Asphodel diventerà apprendista di Antonina, mentre in città scoppia il caos, dopo le tempeste e dopo una fallita condanna per il presunto killer seriale di donne. I segreti però piano piano vengono a galla, colpe e redenzioni si mescolano, come granelli di polvere nel vento. Desideri e vendette si compiono sotto una scrosciante pioggia che spazza via tutto.
Karen Russell con L’antidoto ci parla di cambiamento climatico, di razzismo, di genocidi, riunisce un pezzo della storia statunitense (con le sue ombre e le sue contraddizioni) e ne fa un esempio e un monito per il nostro presente. Ci mette in guardia dagli errori del passato, dall’intransigenza, dalla superiorità. Ci ricorda che tutti sbagliamo, ma non siamo destinati a vivere dentro questi sbagli. Con un tocco di realismo magico, unendo Faulkner e Steinbeck, Karen Russell scrive un romanzo superlativo, che ci apre gli occhi su un mondo che è stato ma che non per forza deve tornare.
Stefania Grosso
